Articoli

In questa pagina sono pubblicati gli articoli scritti o curati dai nostri collaboratori. I temi trattati sono: Psicologia, Arte, Letteratura, Scienze, Benessere, Medicina ed altro.
Se desideri contribuire alla diffusione del SAPERE, invia il tuo articolo, seguendo le istruzioni riportate qui.

...Buona lettura!

La trappola dell'usura-le implicazioni psicologicheUn viaggio dalle origini della Musicoterapia ad oggi  - Vigoressia… un nuovo disturbo alimentare? -

Modus operandi: to stalk! -

Stalker / vittima: proporzionata uguaglianza?






LA TRAPPOLA DELL'USURA - LE IMPLICAZIONI PSICOLOGICHE

A cura della dott.ssa Donatina De Carolis

Psicologa, esperta in Disturbi del Comportamento Alimentare

Presidente Associazione Culturale DoDo

Il fenomeno dell’usura  presenta una serie di aspetti di natura amministrativa, giuridica, sociologica, economica e soprattutto psicologica. In questa relazione saranno esposti gli
effetti psicologici della trappola dell’usura sulla vittima e la diade vittima/ usurato. Studiare queste implicazioni sotto vari aspetti è utile per diversi motivi. Innanzitutto per capire quali siano le motivazioni che spingono la vittima a rivolgersi all’usuraio, pur sapendo di diventare in qualche modo complice di un reato; in secondo luogo per analizzare il comportamento dell’usuraio, che sfrutta le debolezze della vittima; in terzo luogo per conoscere la condizione psicologica della vittima in tutti i momenti della relazione con l’usuraio. Infine, in questo modo si possono aiutare le vittime che denunciano il reato, attraverso la psicoterapia, anche per evitare che ricadano nello stesso errore e si possono studiare degli interventi di prevenzione del fenomeno.
Naturalmente, i motivi che spingono o costringono a rivolgersi ad un usuraio possono essere numerosissimi e in questa sede ne analizzeremo soltanto alcuni.
Iniziamo con una premessa. In psicologia, la vittimologia, come branca della criminologia, compie una completa ricostruzione della storia della vittima, che include lo stile di vita, i tratti di personalità, l’occupazione ed altro ancora, con propositi valutativo-diagnostici, terapeutici, assistenziali e risarcitori, ma anche preventivi, per evitare il verificarsi in futuro di situazioni simili.
La vittima del reato di usura svolge inizialmente una parte attiva, con la ricerca o accettazione del finanziamento illecito, sebbene si esponga ad un atto illegale spinta da imprudenza, condizione di necessità economica e predisposizione psicologica, entrando in contatto con l’usuraio.
Molti studiosi del fenomeno dell’usura interpretano il comportamento della vittima riferendosi alla teoria generale dei bisogni, come delineata dal filosofo americano Abraham Maslow. Secondo questa teoria, l’attuazione del sé può essere ricondotta alla necessità di soddisfare, in termini motivazionali, determinate categorie di bisogni attraverso l’attivazione di soluzioni adeguate.
Nell’ottica del sistema dei bisogni di Maslow, quindi, l’accedere all’usura come soluzione in caso di carenza di denaro può essere considerato una risposta disfunzionale (cioè non adeguata) ad uno stato di deprivazione di bisogni.
In questo senso tale risposta è simile ad altre più note risposte disfunzionali, quali l’abuso di alcool o di sostanze stupefacenti, il gioco d’azzardo, i disturbi del comportamento alimentare, ecc.
Analizziamo lo stato psicologico della vittima, seguendo passo passo i diversi momenti in cui si esplica l’attività criminosa.

1. PREDISPOSIZIONE
1a. Profilo tipico della vittima dell’usura
Innanzitutto va ricordato che la tipica potenziale vittima di usura presenta un profilo caratteristico, che possiamo riassumere nel seguente modo: alta vulnerabilità psicobiologica allo stress (cioè, di fronte a situazioni stressanti ha difficoltà a reagire), bassa capacità di fronteggiare situazioni problematiche e bassa competenza sociale (infatti mostra difficoltà nelle relazioni); scarsa capacità di imporsi e dire “no”, elevate suggestionabilità ed insicurezza, bassa autostima, scarsa capacità di problem solving (trovare soluzioni adeguate ai problemi), lungimiranza, progettazione e pianificazione; scarsa capacità di rinuncia, bassa stabilità emotiva. Non è escluso che esistano lievi danni neurologici che compromettono le funzioni dei lobi frontali (che controllano, appunto, tra l’altro, le capacità di progettazione, pianificazione, lungimiranza) e non è escluso che esistano in latenza predisposizioni a disturbi comportamentali, che non si configurano come psicopatologie, ma come “disturbi del controllo degli impulsi”, eventualmente “disturbi del controllo degli impulsi non altrimenti specificati”.
Naturalmente, una potenziale vittima non presenta tutte queste caratteristiche, ma può presentarne alcune in grado significativamente maggiore rispetto a persone che non
cadrebbero in questa trappola.

1b. Probabili fattori di rischio per la vittima dell’usura
E’ più facile cadere vittima di usura se si svolge la professione di artigiano o commerciante e se si possiede un basso livello di istruzione. Oggi, comunque, risultano essere sotto usura anche molte famiglie a reddito medio. Inoltre, tra gli altri fattori di rischio vi sono il sovraindebitamento, avere fallimenti alle spalle; l’occorrenza di un importante ed improvviso evento nella vita che determina decisiva perdita di reddito ed eventuale indebitamento (es. morte di un parente, separazione, perdita del lavoro, altro); desiderare qualcosa al di là delle proprie possibilità economiche o vivere oltre le proprie possibilità. Infine, sono più esposte al rischio le persone che assumono una serie di comportamenti che comportano perdita di reddito (es. shopping compulsivo, gioco d’azzardo patologico, ecc.), il che ci riconduce alla probabile presenza di un disturbo del controllo degli impulsi.

2. La negazione del prestito lecito
Nel momento in cui occorre un evento scatenante e si verifica quindi la necessità di liquidità, il soggetto di solito come prima opzione ricorre ad una Banca o altro Istituto di Credito per chiedere un prestito in maniera legale.
Se il prestito viene negato per vari motivi (il soggetto non ha sufficienti credenziali da offrire o è iscritto nel registro del “cattivi pagatori” o per altra motivazione) o i tempi burocratici per ottenerlo sono troppo lunghi, la condizione psicologica sarà caratterizzata da sottostima, autosvalutazione, pensieri negativi ed ansia sia perché non si può realizzare ciò per cui il soggetto cercava i soldi, sia perché nessuno crede in lui, quindi si sente rifiutato dalla società e svalutato, come se valesse meno degli altri uomini.
Quindi, se il prestito viene negato, il soggetto con le caratteristiche delineate in precedenza può ricercare attivamente altre strade o facilmente si lascia suggestionare dalla possibilità (che può anche essere offerta da un funzionario di Banca poco onesto o compiacente) di ottenere i soldi desiderati in altro modo.

3. Offerta ed ottenimento del prestito illecito, con relativa accettazione dello stesso
La condizione psicologica sarà caratterizzata essenzialmente da felicità, rilassatezza e pensieri positivi, sia perché il prestito è stato ottenuto (quindi il soggetto può realizzare ciò per cui cercava i soldi), sia perché qualcuno ha creduto in lui.
E’ proprio qui che possiamo porre la linea di demarcazione tra chi cede all’offerta del prestito usurario e chi non cederebbe. Il primo soggetto non si rende conto che il moltiplicarsi degli interessi gli impediranno, in realtà, di restituire il debito e lo metteranno in una situazione insostenibile e di capire che il valore dovuto non è proporzionale al credito richiesto.
Emergono, quindi, la scarsa capacità di lungimiranza, progettazione e pianificazione e la scarsa capacità di rinuncia di cui abbiamo parlato, in un momento in cui la vittima è troppo presa dalla realizzazione dello scopo.
Altre peculiarità discriminanti sono la bassa autostima, la bassa competenza sociale, la scarsa capacità di imporsi e dire “no”, che caratterizzano la persona che più facilmente cade vittima dell’usura, in quanto un soggetto a bassa abilità sociale si lascia suggestionare dalla possibilità di ottenere facilmente il prestito, senza pensare alle conseguenze del suo gesto, non riuscendo a trovare altre soluzioni possibili (scarsa capacità di problem solving).
La vittima è disperata per il bisogno di denaro e presentando difficoltà a reagire alle situazioni stressanti, si lascia convincere a chiedere aiuto ad un privato. Il funzionario di Banca fa leva proprio sulla sua insicurezza, convincendola a fidarsi e le presenta l’usuraio.
Altre volte è il soggetto stesso che non trova altra soluzione che quella di chiedere un prestito privato illecito, magari perché non vuole rinunciare al suo progetto, costi quel che costi.

4. Rapporto tra usuraio e vittima dell’usura
Tra usuraio e vittima dell’usura si crea un rapporto che è una relazione patologica, di dipendenza, che diventa quasi affettiva: nella maggior parte dei casi, l’usuraio è considerato un “amico”, un “benefattore”, quasi un “salvatore”, anche perché è stato l’unico ad aver accettato di prestare soldi al soggetto, oltre tutto, senza porre (almeno inizialmente) tutti quei problemi che in genere pongono le Banche, ma chiedendo in cambio solo degli assegni post-datati o altri titoli simili.
Alla base di questa relazione possono essere i tratti comportamentali predisponenti della vittima, di cui abbiamo parlato in precedenza.

5. Impossibilità di pagare le rate usurarie
A distanza di tempo dal primo contatto con l’usuraio, le rate degli interessi sul prestito continuano ad aumentare in maniera esponenziale e il soggetto, finalmente, si rende conto di non riuscire a pagare le rate usurarie. Va notato che la vittima deve trovarsi nella situazione concreta: era stata incapace di pianificare fin dove sarebbe potuta arrivare la richiesta di restituzione.
Emerge la scarsa capacità di gestire il denaro: spesso queste persone non sanno dire con precisione quanti debiti hanno: non tengono uno schema del loro budget, non sono capaci di prevedere se lo stipendio sarà sufficiente per “arrivare a fine mese”. Spendono subito tutto ciò che hanno a disposizione e per questo hanno spesso bisogno di “liquidi”.
A questo punto emerge la vera natura dell’usuraio, che in un primo momento aveva portato la vittima a fidarsi, ma ora pretende la restituzione puntuale del debito. Se questo non avviene, le rate possono essere rinegoziate con ulteriori interessi, ma in genere l’usuraio inizia a minacciare la vittima in vario modo.
La condizione psicologica della vittima sarà caratterizzata essenzialmente da paura, ansia, angoscia, vergogna e depressione, che la portano a maldestri tentativi di porre rimedio alla situazione, peggiorandola.

6. Il “recupero crediti”
Nella fase del “recupero crediti” (che può essere svolta da terze persone che potrebbero essere del tutto estranee ai fatti), se la vittima non riesce a tener fede all’impegno preso, molto raramente confessa ad amici e parenti la sua situazione: si vergogna di ciò che ha fatto e si sente in colpa per aver trascinato la propria famiglia in questo baratro; non riesce più a ragionare lucidamente e pensa che potrà rimediare da sola in qualche modo.
La paura del recupero crediti, connessa alle minacce degli usurai (minacce verso la famiglia, gli amici, i parenti, l’estorsione dell’attività, ecc.) porta ad uno stato di depressione, che nei casi più gravi può sfociare nel suicidio. In altri casi, lo stato depressivo può condurre ad una sorta di circolo vizioso, in cui la vittima ha difficoltà psicofisica a lavorare, guadagna meno e di conseguenza restituisce meno rate.
Ancor più raramente la vittima denuncia il suo usuraio, poiché ha paura delle minacce verso i suoi parenti ed amici e verso l’estorsione della sua attività (se ne ha una). Inoltre la vittima non denuncia il sopruso anche perché può sentirsi poco protetta e forse un po’ complice del reato e sa che l’usuraio ha in mano titoli, assegni e quant’altro per poterla ricattare e pretendere il “dovuto”, quindi ritiene che il suo “benefattore” possa vincere la causa in caso di processo penale e, in caso di denuncia, se venisse assolto, potrebbe mettere in pratica le minacce.
La condizione psicologica sarà caratterizzata essenzialmente da paura, ansia, angoscia, sfiducia, depressione.
La situazione può evolvere in vario modo, come andiamo ad analizzare.

6 a) La spirale dell’ “usura incrociata”
La vittima che non riesce a pagare le rate usurarie può entrare in una spirale detta “usura incrociata”, in cui chiede nuovi prestiti usurari per pagare gli interessi dei prestiti precedenti, pensando che si preoccuperà in futuro di questa nuova situazione, ma intanto è bene tamponare il debito in corso.
Qui emerge una situazione interessante. La vittima finalmente si rende conto di non riuscire a pagare le rate, ma ancora non è ben consapevole di essere una vittima, perché l’usuraio “l’ha aiutata”, tanto è vero che non esita ad approfittare nuovamente di un privato illecito, ritenendola l’unica soluzione possibile per coprire il debito precedente, pensando nuovamente che questa nuova situazione verrà risolta in seguito.

6 b) La figura del mediatore
La vittima che non riesce a pagare le rate usurarie, per la disperazione può diventare complice dell’usuraio, iniziando a lavorare per lui. Come al solito, l’usuraio, nel proporre questa soluzione, fa leva proprio sulle debolezze psicologiche della vittima e sulle sue difficoltà oggettive (es. la disoccupazione).
Incontriamo, quindi, la figura del mediatore. Il mediatore è quel soggetto che procaccia nuovi “clienti” all’usuraio, ricevendo una percentuale sul cliente procacciato. Spesso è egli stesso una vittima di usura e trova clienti per ottenere dilazioni di pagamento o riduzioni del debito. In alcuni casi, questo soggetto non si limita a cercare nuove vittime, ma diventa egli stesso usuraio, praticando il prestito “a strozzo” per pagare i propri debiti.

6 c) La denuncia
La vittima che non riesce a pagare le rate usurarie può decidere di denunciare il suo usuraio. Nel caso in cui decida di denunciare l’accaduto, la vittima in genere si presenta alle Autorità in uno stato di profonda prostrazione e umiliazione.

7. Aiutare le vittime di usura
Come possiamo aiutare le vittime dell’usura?
Se conosciamo qualcuno che è caduto in questa trappola,  il consiglio è quello di non prestargli soldi, perché in questo modo andremmo solo ad ingrassare l’usuraio, ma di accompagnarlo a denunciare il reato. Dalla rete dell’usura si esce solo con la denuncia all’Autorità Giudiziaria. Anche le associazioni antiusura possono aiutare e vanno contattate immediatamente.
Farsi aiutare e chiedere aiuto non è un atto di vigliaccheria, ma al contrario, una presa di coscienza ed un atto di coraggio.

8. Terapia e “recupero”
La psicoterapia è l’intervento utile alla vittima di usura per superare il danno emotivo causato alla persona ed alla sua vita di relazione dalla serie di fatti fin qui illustrati.
Con la psicoterapia, secondo i casi, si procederà ad una:
- Rielaborazione delle emozioni spiacevoli
- Desensibilizzazione rispetto a ricordi traumatici ed eventi spiacevoli

- Percorso personalizzato, anche in base ad eventuali disagi psicologici pregressi, più o meno importanti ed eventuali danni funzionali, che andranno valutati caso per caso, attraverso la diagnosi psicopatologica e neuropsicologica
- Recupero della persona, attraverso la trasmissione di abilità sociali e cognitive, poiché la vittima del reato di usura è una persona che facilmente ricade nella medesima
trappola (es. nel caso in cui di nuovo dovessero servire soldi improvvisamente)

8. Prevenzione
Dopo aver valutato quali sono (o possono essere) i fattori discriminanti tra le tipiche probabili vittime di usura e chi più difficilmente cade vittima di questo reato, gli interventi preventivi, dal punto di vista psicologico, dovrebbero vertere verso la promozione e lo sviluppo di tutte quelle abilità che sembrano mancare o scarseggiare nelle tipiche vittime degli usurai, al fine di trasmettere abilità sociali e cognitive. In particolare, sarà utile promuovere ad ampio raggio, attraverso interventi mirati in luoghi d’aggregazione (es. scuole, centri anziani, associazioni, ecc.): l’autostima, le capacità di problem-solving e di gestire il denaro, la capacità di comunicazione, l’assertività (difesa dei propri diritti), la capacità di dire “no”, ma anche di raccontare ciò che accade (come si fa anche nei progetti di contrasto del “bullismo”, per esempio). Parlare con amici e parenti delle proprie difficoltà significa trovare insieme altre soluzioni, non rimanere soli con il problema e, magari, evitare di doversi rivolgere all’usuraio!
Tali interventi dovrebbero essere rivolti anche agli adulti, ai quali in particolare andrebbero somministrati corsi di informazione su come funzionano il credito ed il tasso di interesse, come si gestiscono il denaro e i conti correnti e le basi delle leggi sugli investimenti; su quali sono le nuove leggi contro l’usura, informazioni sulle Finanziarie autorizzate, al fine di scoraggiare il ricorso al prestito privato illecito.
A lungo termine, si potrebbe promuovere una cultura che non sia basata sul consumismo, ma dia importanza a valori più elevati (quali amicizia, cultura, ecc.), in modo che forse ci sia meno bisogno di chiedere prestiti almeno per motivi futili.
 
Bibliografia essenziale
A.H. Maslow (1943) A Theory of Human Motivation, Psychological Review 50(4)
A.H. Maslow (1954) Motivation and personality, Harper and Row New York, New York
A.P.A. (2001) DSM IV T.R. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Text Revision, Masson, Milano
Bandura A. (1977) Social learning theory, Prentice-Hall, Englewood Cliffs
Birkedahl N. (1991) The habit control workbook, New Harbinger Publications, Oakland
Bleuler E. (1924) Textbook of psychiatry, Mc Millan, New York
De Vincentiis G., Callieri B., Castellani A. (1973) Trattato di psicopatologia e psichiatria forense, Il Pensiero Scientifico, Roma
Falloon (1988) Comprehensive Management of Mental Disorders, Buckingham Mental Health Service, Buckingham
Gullotta G., Vagaggini M. (1981) Dalla parte della vittima, Giuffré, Milano
Michielin P., Liguori L. (1997) Riabilitazione psichiatrica e sociale, Noos
Shallice T., Burgess P. W. (1991), Deficits in strategy application following frontal lobe damage in man, Brain, 114, pp. 727-741
Staats A.W. (1975) Social Behaviorism, Dorsey Press, Homewood
Sullivan H.S. (1961) La moderna concezione della psichiatria, Feltrinelli, Milano

Sitografia
http://www.codici.org/area_download/buon_uso_del_denaro.pdf
http://www.crimine.net/wp/?p=60
http://www.criminologi.com/criminologi/news.asp?cat=19
http://www.diritto2000.it/aggiornamenti/aggcivile/usura.htm
http://www.liberliber.it/biblioteca/i/italia/verbali_antimafia_xi_legislatura/html/violante02/48_00.htm
http://www.romatoday.it/economia/usura-a-roma-con-la-crisi-arriva-lo-strozzino-di-quartiere.html
http://www.snarp.it/home2.asp
http://www.vittimologia.it/vittimologia/set_attivita.htm

Torna su








UN VIAGGIO DALLE ORIGINI DELLA MUSICOTERAPIA AD OGGI

A cura della dott.ssa Floriana Di  Giorgio

Psicologa, psicodiagnosta, esperta di psicologia giuridica e criminologia

Collaboratrice Associazione Culturale DoDo


“La musicoterapia è un processo sistematico e dinamico dove il terapeuta aiuta le persone a migliorare la loro qualità della vita. Questo aiuto nasce essenzialmente dalla creazione e dalla conservazione della relazione terapeuta-persona e dalla natura intrinseca dell’esperienza con la musica” (K. Bruscia, “Definire la musicoterapia”)

Le origini della musicoterapia
La connessione fra la musica e la medicina risale a molto molto tempo fa, con tutta probabilità si va indietro fino al paleolitico.
Per parlare più approfonditamente dell’età antica si può iniziare dicendo che gli uomini di questo periodo dovevano lottare costantemente per la sopravvivenza, non soltanto procurandosi il cibo, uccidendo le belve feroci e costruendosi ripari contro le ingiurie delle stagioni, ma anche avendo a che fare con malattie ed infortuni di ogni genere. I nostri antenati non avevano concezione di virus, batteri e degenerazione delle cellule. La malattia era qualcosa la cui origine era soprannaturale, causata probabilmente dalla magia crudele di un nemico o dalla cattiveria di uno spirito. L’unico modo per sconfiggere questo status era usare tecniche magiche ingaggiando il mago-dottore, la strega o lo/la sciamano/a del villaggio.
I più primitivi strumenti avevano le potenzialità per essere usati per propositi magici ed in special modo per scongiurare le battaglie degli spiriti dell’altro mondo. Ecco perché questi strumenti erano proprietà dei sopra citati stregoni. In Europa ed in Asia si parla di percussioni, arco, flauto e corno. Strumenti antichissimi, visto che un flauto d’osso datato fra 43.000 e 67.000 anni fa è stato ritrovato in Slovenia.
Il tamburo, come quasi tutte le percussioni, rappresenta molto spesso il ventre materno; l’arco del cacciatore, se dotato di risuonatore, diventa un ottimo arco musicale (ancora aperta la querelle se sia nato prima l’arco da caccia o musicale); i flauti, o cosiddetti tali, provenivano da ossa di animali, da legni di varia natura o addirittura da materiale “usa e getta” che li rendeva buoni solo per l’uso di una o poche volte.
Ma da dove venivano i suoni? Se un uomo arcaico suonava un gong, quello che sentiva era la voce del metallo o dello spirito che risiedevo in esso. Considerando ora gli strumenti sopra menzionati, la maggior parte di loro è composta da parti di animali uccisi ed è anche per questo molto facile trarre la conclusione che il suono provenga da un altro mondo.
Possiamo trovare tracce dell’idea che le creature morte potessero parlare attraverso gli strumenti musicali fatti con parti dei loro corpi anche nella letteratura greca ed in tempi più tardi. Quando andiamo nella Grecia arcaica ci troviamo di fronte ad un mondo diverso da quello preistorico. Nello stesso tempo, spesso, ci sembra che questi due universi siano ad un passo. Ci sono leggende di cantori la cui musica dava loro potere soprannaturale. Amfione, con la sua lira, costruì le mura di Tebe. Orfeo, sempre attraverso la musica, controllava il mondo naturale e viaggiò fino all’altro mondo per recuperare l’anima di Euridice. Lui può sicuramente dirsi una “figura sciamanica”. Il canto delle sirene che agisce su Ulisse e i suoi compagni di viaggio nell’Odissea omerica e molte altre citazioni non sono ancora esempi di terapia con la musica, tuttavia il termine “incantare” significa letteralmente “cantare sopra” o “cantare dentro”.
L’unica cosa che somiglia più da vicino a qualcosa di terapeutico è la peana: una forma di comune benedizione cantata in varie circostanze, associata alla purificazione da molti elementi di ingiuria. Ma anche qui non agiamo direttamente sulla sofferenza e quindi siamo ancora lontani dalla nostra musicoterapia. Per avvicinarci ad essa dobbiamo incontrare Pitagora, figura di particolare importanza in merito.
Al di là dei vari teoremi che prendono da lui il nome, scoprì che ottave, quinte e quarte corrispondevano rispettivamente alle frazioni numeriche 1:2, 2:3 e 3:4 inaugurando una lunga tradizione di calcolo di vari intervalli appartenenti ad ogni tipo di scala.
È proprio nel circolo dei pitagorici che si parla di uso terapeutico della musica. Aristosseno scrisse che i pitagorici “usavano medicine per purificare il corpo e musica per purificare la mente”. Altri autori narrano che i pitagorici usavano suonare la lira al mattino per svegliarsi meglio ed alla sera per prepararsi a sogni premonitori e depurarsi dalle sventure della giornata. Quando si parla di pitagorici è ovvia chiederci a quale pitagorico ci si riferisca; qualsiasi cosa tende ad essere proiettata su Pitagora stesso. La fonte più presta è Aristosseno appunto, nel quarto secolo prima di Cristo, il quale ha avuto dei contatti diretti con Pitagora.
Gli effetti dei differenti tipi di musica sulle emozioni e sul carattere degli ascoltatori furono molto discusse dai teorici dalla seconda metà del quinto secolo in avanti. Pericle e Socrate scrissero saggi in merito; i vari modi e ritmi usati in Grecia erano intimamente connessi con le diverse qualità morali. Canzoni e danze installavano particolari agitazioni, turbamenti nell’anima deponendo modelli in essa che riflettevano le loro proprie qualità. Questi modelli formavano un carattere di ragazzo ancora non completo mentre per gli adulti tiravano fuori i loro tratti latenti. Questa particolarità era molto importante per regolare l’educazione degli individui ed assicurare il giusto tipo d’influenze (quindi la musica aveva anche una grande impronta politica e sociale).
Damone, entrando in dettagli maggiormente tecnici, descrive sei differenti scali modali, specificando le note e gli intervalli in ognuna di esse e pronunciandosi sulle loro qualità morali. Fece lo stesso con ritmi e tempi, raccomandandone alcuni e condannandone altri che, si diceva, instillassero aggressività, odio od altre indesiderabili qualità.
Ma perché scale, ritmi e movimenti di danza hanno qualità morali? Perché sono modellati sulle voci e sui movimenti delle persone che hanno queste qualità. Per parlare più da vicino dei modi, quelli approvati da Platone, il dorico ed il frigio, erano generalmente distinti in caratteri. Il dorico era considerato dignitoso e senza fronzoli, ognuno parlava bene di esso. Il frigio, d’altro canto, veniva visto come eccitante e passionale.
I principali strumenti nella Grecia antica erano la lira e l’aulos. Quest’ultimo non era un flauto ma della famiglia degli oboe. Nei termini dei loro effetti psicologici e terapeutici sono molto differenziati. Il modo dorico è associato con la lira, il frigio con l’aulos. Nella tradizione pitagorica fu la lira a giocare il maggior ruolo, usata per purificare le anime da passioni irrazionali, per assistere nel viaggio verso il mondo dei morti. Tuttavia l’aulos aveva una natura più che negativa ambivalente: Aristosseno stesso lo usava per curare.
Disordini psichici a parte la musica si occupava anche del fisico; la sciatica, i morsi di serpente, l’epilessia erano alcune delle occasioni dove l’”in-canto” era applicato (in questi casi era anche la posizione: cantare sul paziente).
Quando osserviamo Roma troviamo una naturale prosecuzione di aneddoti ed usi ellenici. Otto libri scritti al tempo di Tiberio ricordano una triste cogitationes che suona come la depressione. Nel trattamento di essa symphoniae et cymbala strepitusque sono benefici. Il riferirsi ai cembali ed ai suoni alti richiama i culti bacchici e coribantici, culti conosciuti da Platone, che iniziavano con musiche e danze sfrenate.
Già dall'antichità, quindi, era riconosciuto alla musica il potere di influire sulle emozioni generando uno stato di benessere e di “pace interiore”, però le applicazioni di tali principi, e, quindi, la nascita della Musicoterapia come disciplina specifica ed efficace, sono però molto recenti e si possono far risalire agli inizi del secolo scorso.
Di origine millenaria, la musicoterapia era già diffusa in Egitto, Grecia, Asia Minore, India e Cina. Già tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900, in qualche zona dell’America e dell’Europa, furono inviati negli ospedali molti musicisti per “alleviare” le sofferenze dei pazienti e “sostenerne” il morale. Più tardi negli Stati Uniti si sperimentarono i primi interventi di terapia con la musica con gruppi di reduci della seconda guerra mondiale. In tempi successivi nel 1811 un medico compositore italo-ungherese, Pietro Linchenthal, scrisse il Trattato sull’influenza della musica sul corpo umano. Il medico francese Chomet pubblicò nel 1875 alcuni studi di musicoterapia. Ricerche sistematiche si sono avute solo dopo il 1945. Attualmente esistono cattedre universitarie in diversi paesi mentre in Italia la specializzazione in musicoterapia non è ancora riconosciuta a tutti gli effetti.

Musicoterapia e benessere
Con la pratica strumentale, vocale, l’ascolto ed altre esperienze, forze dinamiche di cambiamento, ci si prende cura dell’altro, si conosce, si raggiungono insieme degli obiettivi per migliorare, mantenere o recuperare la qualità della vita. Ad accompagnare le varie metodologie e tecniche ci sono procedure di accertamento, trattamento e valutazione.
Dopotutto molti studiosi si sono accorti di come la maggior parte delle cure umane, verso gli altri e verso sé stessi, includevano la musica. Dalle prime tradizioni arabo-ebraiche al “tarantismo” del salento italiano, in un presente relativamente più recente. Gli oramai ben noti effetti psichici, fisici e sociali del suono dopotutto erano già conosciuti dalla più remota antichità. La messa in contatto di diversi individui fra loro, di ognuno con sé stesso, con il proprio mondo interiore e con la vita, sono solo alcuni dei più macroscopici. Ad esempio tutte le terapie che usano un mediatore espressivo-artistico si prestano bene a controllare la globalità della psicosi e della regressione indotta ed a lavorare all’interno di una non-relazione, per costruire le premesse di una futura relazione. Si ha la possibilità di entrare nel mondo patologicamente regressivo della psicosi, fatto di continuità, di assenza di tempo, di emozionalità senza limiti e senza significati, nonché di frammentazioni senza nesso e senza costrutto per indurre delle interruzioni. Interruzioni che fanno notare l’esistenza del fuori per dilatare lo spazio interno della persona.
D’altronde il suono ci avvolge, ci stimola multisensorialmente e sinestesicamente, amplifica le nostre emozioni e sensazioni costringendoci a fare delle scelte, con la responsabilità e la presa di parte che ne consegue; non ci tiene fermi ed incistati nelle nostre posizioni ma ci spinge a dei cambiamenti. È in questo del tutto simile agli affetti poiché anch’essi seguono lo stesso destino.
Fra l’altro l’espressione con linguaggi alternativi dà sempre l’occasione di creare un pensiero divergente, sollecitare la creatività, cosa di cui deve essere abbondantemente dotato il terapista.
Negli ultimi decenni la musicoterapia, soprattutto in Italia, è prevalentemente impiegata con bambini o adulti; in gruppo o individualmente; nel trattamento di deficit (motori, sensoriali o psichici) e di patologie gravi o gravissime (di bambini cerebrolesi, spastici, down, non udenti; non vedenti, ritardati mentali, artistici ecc.); nelle case di riposo per anziani; nella cura di soggetti psichiatrici e tossicodipendenti; nelle comunità; negli ospedali.
Si tratta, insomma, di una disciplina dove la musica può avere un ruolo centrale o marginale e può essere utilizzata come intermediaria, ma anche come facilitatrice della relazione.
Varie e molteplici sono le tecniche usate in musicoterapia in grado di indurre modificazioni dello stato psicofisico dell’individuo attraverso il suono, l’uso e la fruizione della musica.
I benefici arrecati dall’intervento musicoterapico sono i seguenti:
- Sul piano motorio e prassico, l’esecuzione e l’ascolto della musica costituiscono una fondamentale spinta volitiva al movimento, un efficace stimolo alla riorganizzazione mimico-gestuale, ed una notevole riduzione della componente depressiva legata al decorso progressivo della malattia.
- Sul piano socio-relazionale, si ritrova una potenzialità comunicativa mediante canali maggiormente sfruttabili dai soggetti.
- Sul piano pratico, il gruppo di lavoro può raggiungere un miglioramento del comportamento.

Gli scopi e i metodi di trattamento sono tanti e variano da un caso all’altro, da un paziente all’altro e da un musicoterapista all’altro. In generale sono quattro gli ambiti d’intervento:
- Abilitativo-riabilitativo: è l’ambito in cui la musicoterapia è applicata nel trattamento di deficit sensoriali, disturbi dell’età evolutiva, disturbi dell’età senile, deficit psichici, psicomotori e pluriminorazioni, disturbi neurologici ecc.
- Terapeutico: è l’ambito riservato a medici o psicologi abilitati, specializzati in musicoterapica, generalmente sono trattati pazienti psichiatrici. In questi casi l’uso della musicoterapia permette una sostanziale riduzione dei farmaci utilizzati se non addirittura una sospensione degli stessi.
- Integrativo e Preventivo: il musicoterapista può lavorare in questi ambiti con adolescenti di fasce sociali a rischio, con anziani, gestanti e partorienti, malati terminali, ma, soprattutto questo è l’ambito che vede la musicoterapia comparire nelle scuole (ambito educativo).

La musicoterapia è importante anche per acquisire un senso di autostima e di autoefficacia, personale e di gruppo, e per apprendere le competenze sociali, indispensabili per interagire con gli altri. Le attività musicoterapiche, infatti, considerano sempre il bambino globalmente e sono correlate a tutti gli aspetti della personalità e dello sviluppo:
A. La conoscenza e la coscienza di sé (del proprio corpo, dell’Io, la propriocezione, il dominio motorio di sé, l’equilibrio…)
B. La conoscenza e la coscienza degli altri (le attività che facilitano l’integrazione, le relazioni interpersonali, l’ascolto e il rispetto delle diversità individuali…)
C. Lo sviluppo percettivo e cognitivo (sviluppo delle abilità percettive, strutturazione spazio-temporale, sviluppo di varie forme espressive analogiche e digitali, linguistiche, iconografiche, mimico gestuale…)
D. Sviluppo creativo e simbolico (espressione corporea, musicale, invenzioni ritmiche, armoniche, di movimento, progettazione di interventi sonori, partiture informali…)

L’individuo-bambino è il centro dell’interesse del musicoterapista, il suo intervento mira a promuovere lo sviluppo armonico dei bambini diversamente abili, ponendo particolare attenzione a valorizzare le potenzialità di ciascuno; la diversità è una ricchezza alla quale attingere per aiutare ciascuno a trovare la propria motivazione alla conoscenza; la diversità punto di partenza per stimolare un pensiero e quindi un apprendimento riflessivo, critico e creativo; diversità da integrare in un clima di collaborazione e di rispetto reciproco. Quindi, il laboratorio di musicoterapia può divenire il luogo privilegiato per realizzare l’integrazione dei diversamente abili a scuola.

Nel lavoro e nell’uso della musicoterapia bisogna tener conto di alcuni principi fondamentali:
- lavorare con la musica, rispondendo ai bisogni psicomotori e sensoriali;
- favorire l’ascolto non passivo e la produzione attiva di musica;
- organizzare le attività quanto più possibile all’interno di un gruppo, situazione ottimale per l’integrazione delle esperienze del gruppo stesso;
- preparare incontri con momenti sonori e musicali;
- offrire stimoli e materiali sonori per sollecitare la fantasia e l’immaginazione;
- presentare situazioni in cui i materiali proposti possono essere manipolati liberamente attraverso ogni mezzo espressivo e secondo la capacità imitativa, riproduttiva, rielaborativa.


BIBLIOGRAFIA

Alvin, J. (1981): La terapia musicale per il ragazzo autistico, Armando, Roma
Benezon, R. (1981): Manuale di musicoterapia, Borla, Roma
Benenzon, R. O. (1997): La nuova Musicoterapia, Phoenix, Roma
Benenzon, R. O. (1999): Musicoterapia, Esperienze di Supervisione, Phoenix, Roma
Boxill, E. H. (1991): Musicoterapia per bambini disabili, Omega, Torino
Blanc C., Suvini F. - a cura di - (2001): La musicoterapia attraverso le esperienze, Logisma, Firenze
Bruscia, K.E. - a cura di - (1991): Casi clinici di Musicoterapia (adulti), Ismez, Roma
Bruscia, K. E. - a cura di - (1991): Casi clinici di Musicoterapia (bambini e adolescenti), Ismez, Roma
Bruscia, K. (1992): Definire la musicoterapia, Gli Architetti, Roma
Dalcroze, J. (1986): Il ritmo, la musica e l’educazione, ERI, Torino
De Angelis, B. (2004): La musicoterapia e lo sviluppo della persona. In A. M. Favorini (a cura di), Musicoterapia e danzaterapia. Disabilità ed esperienze d’integrazione scolastica. Milano: Franco Angeli, pp. 43-61
Esperson, P. P. (2004): Musicoterapia, scuola e integrazione. In A. M. Favorini (a cura di), Musicoterapia e danzaterapia. Disabilità ed esperienze d’integrazione scolastica. Milano: Franco Angeli, pp. 69-83
Favorini, A. M. (2004): Musicoterapia e danzaterapia. Disabilità ed esperienze d’integrazione scolastica, Franco Angeli, Milano
Montuschi, F. (2004): Musicoterapia e Danzaterapia. In A. M. Favorini (a cura di), Musicoterapia e danzaterapia. Disabilità ed esperienze d’integrazione scolastica. Milano: Franco Angeli, pp. 11-20
Orff, G. (1974): Musicoterapia-Orff. Un’attiva stimolazione allo sviluppo del bambino, Cittadella Editrice, Assisi
Orff, G. (1992): La musicoterapia Orff, Cittadella Editrice, Assisi
Vita, A. (2004): L’educazione musicale e psicomotoria nei processi a favore del “Diritto allo Studio”. In A. M. Favorini (a cura di), Musicoterapia e danzaterapia. Disabilità ed esperienze d’integrazione scolastica. Milano: Franco Angeli, pp. 97-110.

Torna su




Vigoressia… un nuovo disturbo alimentare?

A cura della dott.ssa Donatina De Carolis

Psicologa, esperta in Disturbi del Comportamento Alimentare

Presidente Associazione Culturale DoDo

Gli organi di stampa lanciano l’allarme  per un “nuovo” disturbo alimentare: la vigoressia.
Il tutto nasce dalle dichiarazioni del professor Emilio Franzoni, direttore del reparto di Neuropsichiatria infantile e del centro per i disturbi del comportamento alimentare dell'Università di Bologna, in occasione di un convegno nell’ambito di “Rimini Wellness”, la fiera dedicata al fitness.
In realtà, la vigoressia o bigorexia, non èun disturbo così nuovo: fu identificato nel 1993 da Pope HG Jr, Katz DL, Hudson JI in un paper apparso su Comprehensive Psychiatry dal titolo "Anorexia nervosa and "reverse anorexia" among 108 male bodybuilders". Gli autori proposero il termine “reverse anorexia” in considerazione  del fatto che, con  modalità uguali e contrarie all’anoressia, chi soffre di questo disturbo continua a vedersi gracile e smilzo nonostante abbia una muscolatura fuori dal comune. Il disordine fu  denominato più tardi  dagli stessi autori “dismorfia muscolare”; Pope lo ha chiamato divulgativamente “Complesso di Adone” in un libro uscito nel 2000*, in riferimento al personaggio della mitologia greca che rappresenta l’idea della magnificenza mascolina intesa come compiutezza corporea.
L'espressione "anoressia al maschile", invece, con cui a volte si trova descritta la vigoressia sul web, non è corretta: l'anoressia nervosa maschile esiste, è simile all’anoressia nervosa femminile ed è un disturbo diverso dalla vigoressia benché speculare.
Inoltre, la vigoressia non è propriamente un disturbo alimentare (D.C.A.). La catalogazione diagnostica è incerta e si situa a cavallo fra  la dismorfofobia, i disturbi alimentari non altrimenti specificati (NAS) e il disturbo ossessivo-compulsivo.

La vigoressia sembra riguardare prevalentemente i maschi tra i 25 e i 35 anni, seguiti da quelli tra i 18 e i 24, ma anche le donne, soprattutto quelle che non tollerano di assistere impotenti al mutamento (in senso peggiorativo) del proprio corpo.
Tra i sintomi: assenza di massa grassa, presenza di imponente muscolatura e un’urgenza vissuta come incontrollabile di aumentare continuamente la massa muscolare, percepita sempre troppo scarsa, gracile e flaccida. L’esercizio fisico diventa compulsivo, si ricorre a ferree restrizioni dietetiche che privilegiano cibi iperproteici e integratori o ad altre abitudini alimentari che dovrebbero contribuire a pompare i muscoli e a reggere gli sforzi dell'allenamento e, talvolta, all’uso massiccio di steroidi anabolizzanti. Chi soffre di questo disturbo, senza rendersene conto, passa molto tempo a studiarsi allo specchio, gonfia i pettorali e i bicipiti e controlla il volume delle cosce, la tonicità degli addominali e lo sviluppo del più insignificante dei muscoli. La ricerca ossessiva della perfezione denota sempre più una mancanza di senso della realtà. Questi eccessi sono il sintomo di una profonda insicurezza.
Alla base di questo comportamento troviamo elevati livelli di insoddisfazione nei confronti della propria immagine corporea, che è percepita sempre come troppo magra, poco muscolosa. Un senso di inadeguatezza, la paura di fallire ma anche la bassa statura possono essere cofattori per lo sviluppo di questo disturbo, così come i modelli culturali di bellezza e prestazione fisica e, nei contesti sportivi, le pressioni di compagnie e allenatori e la forte competizione.
Il livello critico è raggiunto quando il culto e l’attenzione per il corpo nel senso di “vedersi bene” diventa un’ossessione. I vigoressici spendono molto del loro tempo libero e dei loro risparmi in questo progetto di ristrutturazione del proprio corpo: acquistano riviste, prodotti dimagranti, abbigliamento e attrezzi; si isolano e non espongono il proprio corpo per paura del giudizio altrui, quando obiettivamente hanno un fisico scolpito, tonico e atletico. Inoltre, tutta la vita ruota intorno al rispetto del programma di allenamento ed al regime alimentare: dai pasti agli orari di lavoro alla vita sociale. Si rischia di non riuscire più a trovare il senso del limite, della normalità. I comportamenti adottati dai vigoressici assumono l’aspetto di condotte auto-punitive.
Danni psicologici
Alla base del disturbo troviamo in genere bassa autostima, profonda insicurezza e la necessità di sentirsi accettati, piuttosto che di rifiutare il cibo.
I vigoressici si convincono di poter risolvere le proprie fragilità costruendosi una fisicità imponente, in palestra, ma anche a tavola, attivando un processo di annullamento, lanciandosi in un incessante esercizio fisico e in diete iperproteiche per raggiungere l’unico obbiettivo di avere un fisico “performante”, tonicissimo e con muscoli d’acciaio.
Come nei D.C.A., anche i vigoressici operano una e vera e propria distorsione nella percezione del proprio fisico.
Il risultato più evidente a livello psicologico è l’isolamento sociale ed uno stato depressivo più o meno marcato, accentuato dall’alterazione del metabolismo.
Danni sulla salute
I problemi fisici derivano da un’alimentazione sbilanciata, troppo ricca di proteine, che può, se prolungata per molto tempo, portare ad alterazioni della funzione renale, problemi ossei ed articolari derivati dagli eccessivi sforzi muscolari e da un’alimentazione povera di calcio per la quasi totale abolizione di latticini; malattie cardiovascolari e del sistema nervoso; problemi di impotenza derivanti dall’uso di anabolizzanti. L'uso e l'abuso di sostanze che gonfiano i muscoli può avere effetti come nervosismo e sbalzi d'umore e, soprattutto, insonnia.
L’alterazione del metabolismo può avere come  conseguenza la depressione.
Terapia
La cosa difficile può essere riuscire a far comprendere a chi soffre di vigoressia che questi eccessi sono il sintomo di una profonda insicurezza. Un percorso di psicoterapia può essere di grande aiuto, coadiuvato dall'intervento di un’équipe medica, per la soluzione di eventuali danni organici.

1993, Pope HG Jr, Katz DL, Hudson JI, Comprehensive Psychiatry: “Anorexia nervosa and "reverse anorexia" among 108 male bodybuilders"
Abstract:
Biological Psychiatry Laboratory, McLean Hospital, Belmont, MA 02178.
Two disorders of body image encountered in a study of 108 bodybuilders are described. In a study of the psychiatric effects of anabolic steroids, structured interviews were administered to 55 bodybuilders who had used anabolic steroids and 53 non-user controls. Three (2.8%) of the subjects reported a history of anorexia nervosa--a rate far higher than the 0.02% rate typically reported among American men (P < .001). Nine (8.3%) of the subjects, two of whom were former anorexics, described a "reverse anorexia" syndrome, where they believed that they appeared small and weak even though they were actually large and muscular. Reverse anorexic subjects reported that they declined social invitations, refused to be seen at the beach, or wore heavy clothes even in the heat of summer because they feared that they looked too small. All nine reverse anorexia cases occurred among steroid users; none occurred among non-users (P < .003). Four subjects reported that their reverse anorexic symptoms contributed to their decision to start using steroids. Disorders of body image, including both anorexia nervosa and its reverse form, may occur frequently in men who lift weights regularly. Reverse anorexia may precipitate or perpetuate the use of anabolic steroids in some individuals.
PMID: 8131385 [PubMed - indexed for MEDLINE]

Related Articles:
• Body image and attitudes toward male roles in anabolic-androgenic steroid users. [Am J Psychiatry. 2006]
• A preliminary investigation into the relationship between anabolic-androgenic steroid use and the symptoms of reverse anorexia in both current and ex-users. [Psychopharmacology (Berl). 2003]
• Social physique anxiety, body esteem, and social anxiety in bodybuilders and self-reported anabolic steroid users. [Addict Behav. 1996]
• ReviewBody image disturbance in anorexia nervosa: beyond body image. [Can J Psychiatry. 1989]
• ReviewBody image assessment using body size estimation in recent studies on anorexia nervosa. A brief review. [Eur Child Adolesc Psychiatry. 2001]
1993, Pope HG Jr, Katz DL, Hudson JI, Comprehensive Psychiatry: “Anorexia nervosa and "reverse anorexia" among 108 male bodybuilders"
* Pope HG Jr, Phillips KA., Olivardia R., The Adonis Complex: The Secret Crisis of Male Body Obsession, New York, NY; 2000


Fonti web
http://www.disturbi-alimentari.it/vigoressia.htm
http://www.discobolo.it/rassegna/vigoressia.htm
http://psicocafe.blogosfere.it/2008/05/vigoressia-lanoressia-al-contrario.html
http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/la-vigoressia-o-complesso-di-adone-un-fenomeno-in-crescita/cristiana-salvi/
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/8131385
http://www.farmacia.it/cgi-bin/infosalute3/content.cgi?db=content&uid=default&view_records=1&ID=415
http://www.obesita.org/index.php?option=com_content&task=view&id=387&Itemid=400
www.salus.it


Torna su




Modus operandi: to stalk!

A cura della dott.ssa Laura Nobile

Psicologa, Psicodiagnosta

Collaboratrice Associazione Culturale DoDo

 

È il Wanted del  momento! Sta su molte pagine di quotidiani e ormai dal 23.02.09 ha subito una contingente impennata, di cosa stiamo parlando? Stalking!

 

Chi è lo stalker? Quali sono le sue vittime? Possiamo considerarlo il “molestatore numero 1”, ovvero il carnefice di questo millennio?  E questo amore ossessivo non corrisposto in che misura può considerarsi reato?  Perché ce ne accorgiamo maggiormente in questi ultimi anni, seppure in America se ne discute e se ne parla dal 1996? È semplicemente la giustizia italiana, o si teme/temeva un abuso della tipologia nella comunicazione di massa?

 

In realtà le domande che potremmo porci potrebbero essere molteplici e con sfumature diverse, ma vorremmo soffermarci su un fattore. Il fattore che unisce tutta una serie di comportamenti intrusivi, di controllo, di sorveglianza, nei confronti di una vittima che subisce attenzioni in modo molesto e non gradito al genere femminile, che risulta quello più coinvolto (nelle casistiche fin ad oggi accertate, nonostante molte variabili possano comunque intervenire per contraddire questa affermazione). Questo fattore è la modifica del ruolo della donna nella società e le svariate possibilità di comunicazione, dove l’epitaffio ormai rasenta la parodia dell’amore cibernetico. Forse sarà un elemento criticato, ma forse si avvicina alla realtà più di ogni altra ipotesi o congettura abbia letto nell’ultimo biennio.

 

Prima della data di cui sopra, la norma italiana del codice penale che  più si avvicinava a tale condotta era figurata nel reato per “Molestie o disturbo alle persone, citando così:  “Chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero con mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro (art.660 c.p.)”.

 

Gli step che si sono amorevolmente avvicendati in questa legiferazione sono stati diversi ma concentriamoci sul risvolto significativo segnato da queste due tappe:

 

16 gennaio 2009, a Palazzo Chigi, è stato firmato dal Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, e dal Ministro per le Pari Opportunità, Maria Rosaria Carfagna, un Protocollo d’intesa che intende realizzare un rapporto di collaborazione tra le parti per rendere più efficace sia l’azione di prevenzione e di contrasto nei confronti di atti persecutori, violenti, sessualmente finalizzati o vessativi verso vittime vulnerabili, sia il raccordo tra i soggetti competenti ad intervenire.

Questi i punti programmatici stabiliti nel Protocollo:
- sviluppare studi e ricerche di settore per approfondire il fenomeno della violenza di genere, ed aggiornare le strategie di prevenzione e contrasto, anche attraverso collaborazioni con la comunità scientifica, ed avvalendosi di uno specifico archivio per le analisi;

- fornire un qualificato intervento di supporto ai reparti dell’Arma dei Carabinieri;

- accrescere la formazione e l’addestramento nel settore del personale dell’Arma dei Carabinieri;

- incrementare l’efficacia delle iniziative promosse dal Dipartimento per le Pari Opportunità e da altri attori Istituzionali e sociali, realizzando modalità di raccordo tra le rispettive componenti;

- favorire la partecipazione dei Comandi territoriali alle iniziative di collaborazione interistituzionali sviluppate a livello provinciale.

Un progetto impegnativo, trattandosi comunque di un protocollo a cadenza biennale con “tacito rinnovo”, ma la vera resilienza la rintracciamo nel decreto legge 23 febbraio 2009, N. 11, dove  in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale l’interessamento è individuabile negli articoli 7.8.9.10.11.12.  Dal giorno del decreto le denunce sono collassate con velocità inaudita: si era pronti mentalmente per l’accettazione ma si era bloccati nell’esecuzione? Ma non vi era un articolo di cui sopra che legifera questa persecuzione seppur non specificatamente?

Cerchiamo di dare voce a qualche risposta, agli innumerevoli quesiti che investono il fenomeno. Da recentissime indagini, il 71% degli studenti universitari delle varie Facoltà italiane, non conosce nemmeno il significato del termine, dato allarmante e contraddittorio visto che le donne maggiormente colpite rientrano proprio nel target d’età (18/25).

 

Rintraccio la definizione etimologico/ lessicale sul dizionario, versione 2008 dello Zingarelli e trovo (et. inglese  “to stalk”, 1996): “Comportamento persecutorio consistente nel molestare un individuo con attenzioni indesiderate ed eccessive”; ecco allora ci siamo lo stalker altro non è che un molestatore assillante!

L’amore ossessivo di questo molestatore che in quaderni psicopatologici potevamo far rintracciare in erotomania, cercando e operando intelligenti distinguo dalla sindrome di de Clerambault, oggi trova preoccupanti risvolti. Dapprima gli atteggiamenti e comportamenti erano satolli di meccanismi di difesa atti a non cadere nel melanconico rifiuto di scoprire una verità di non simmetria amorosa.

Ma con lo stalking siamo ben lontani da questa forma psicopatologica: il molestatore, oltre ad avvicinamenti, appostamenti, comunicazioni intrusive ed invasive, ha la caratteristica del perpetuare tali comportamenti nonostante chiari messaggi della vittima di non accettazione. Il meccanismo mentale che si innesta tra la vittima e il molestatore è veramente pericoloso e quasi a circolo vizioso, una scena, precisiamo, che investe non solo la vittima ma anche l’intero contesto familiare e di amicizie.  Possiamo parlare di reato di stalking nella consequenzialità dei fatti e specificatamente quando pone in essere comportamenti illeciti ulteriori, costituenti autonome figure di reato oggetto di specifiche ed ulteriori sanzioni, quali: l’omicidio (art. 575 c.p.), le lesioni personali (art. 582 c.p.), l’ingiuria (art. 594 c.p.), la diffamazione (art. 595 c.p.), la violenza privata (art. 610 c.p.), la minaccia (art. 612 c.p.), la violazione di domicilio (art. 614 c.p.), il danneggiamento (635 c.p.).

A mio avviso, il reiterarsi degli atteggiamenti ovviamente comporta delle conseguenze nella vittima non irrilevanti, non solo psicologiche ma anche psicosomatiche e di certo una inibizione non solo a intraprendere nuove relazioni, sia che il molestatore sia un “ex”, sia che sia un conoscente o pseudo tale, ma anche nella propria accettazione di sé e di sé nel sociale.

Nella prossima trattazione ci soffermeremo maggiormente sui ruoli vittima / molestatore e sull’incombente intrusività delle moderne tecnologie.


Bibliografia e Fonti web

Codice Civile Italiano

Paolo Curci, Gian Maria Galeazzi, Cesare Secchi, La sindrome delle molestie assillanti (Stalking), Bollati Boringhieri, 2003

Federica Angeli, Emilio Radice: Rose al veleno, stalking, Bompiani, 2009

Meloy J. R., 1998, The psychology of stalking, Academic Press.

Mullen P.E., Pathè M., Purcell R., Stuart G., 1999, A study of stalkers. In American Journal of Psychiatry, 156, 1244-1249.

Oliviero Ferraris A., 2001, Stalker il persecutore. In Psicologia Contemporanea, 164, 18-25

 

Australian Institute of Criminology stalking articles:

How To Stop A Stalker. Proctor, Mike. Prometheus Books, 2000

Minnesota Center Against Violence and Abuse Annotated Stalking Bibliography

The Psychology of Stalking. Meloy, J. Reid. Academic Press, 2000

Stalkers and Their Victims, 2nd edition. Mullen, Paul E., Pathe, Michele, Purcell, Rosemary. Cambridge University Press, 2009

Surviving a Stalker: Everything You Need to Know to Keep Yourself Safe. Gross, Linda. Marlowe & Company, 2000

Lifetime prevalence and impact of stalking: Epidemiological data from Eastern Austria. Stefan Stieger; Christoph Burger; Anne Schild. European Journal of Psychiatry Vol. 22, N.° 4, (235-241), Zaragoza (ES) 2008, ISSN 0213-6163

Is This Stalking? A Comparison Between Legal and Community Definitions of Stalking. Susan Dennison and Don Thomson, paper presented at the Stalking: Criminal Justice Responses Conference convened by the Australian Institute of Criminology in Sydney, 7-8 December 2000

U.S. National Center for the Victims of Crime Annotated Stalking Bibliography

 

Aramini M., Lo stalking: aspetti psicologici e fenomenologici, presente in G. Gulotta, S. Pezzati, “Sessualità, diritto, processo”, Giuffrè, 2002, pagg. 495-539

Carofiglio G., Ad occhi chiusi, Sellerio Editore, 2003 segnalato e recensito da Giancarlo Salvadori

G. Dal Pozzo, Così fragile, così violento. Le donne raccontano la violenza maschile, Editori Riuniti, 2000

Ghezzani N., Quando l'amore è una schiavitù, Franco Angeli 2006

Mascia I. - Oddi G., Storie di ordinaria persecuzione, Edizioni magi, 2006

Modena Group On Stalking, Donne vittime di Stalking, Franco Angeli, 2005

Roth P., Zuckerman Scatenato, Enaudi, 2005, segnalato e recensito da Giancarlo Salvadori

 

http://www.benessere.com/psicologia/arg00/sindrome_molestatore.htm

http://www.stalking.it/index.php

http://www.psicologi-italia.it/stalking.htm

http://www.dire.it/DIRE-WELFARE/stalking

 


Torna su




Stalker / vittima: proporzionata uguaglianza?


A cura della dott.ssa Laura Nobile

Psicologa, Psicodiagnosta

Collaboratrice Associazione Culturale DoDo

 

Un titolo pesante, eppure un condimento di verità c’è! Analizziamo le due figure o ruoli nella relazione o presunta tale. Partiamo dalla concezione della labilità mentale e della scenografica, alfa-privativa normalità.

 

Il terrorismo dei fenomeni neonati è il dato più allarmante degli stessi casi. Non mancano i prontuari anti-stalking e le tecniche per difendersi, ben suggerite quasi fosse un decalogo di sopravvivenza. Essendo una psicologa ho rispetto per la scienza nonché per gli esseri umani ma in qualsiasi ruolo essi siano, per la solo esistenza di essere umano.

Diamo dei numeri:

- 1 italiano su 5 è attualmente o è stato vittima di molestia insistente

- tra le vittime l’80% sono donne

- il 55% è costituito da ex o attuali partner

- solo il 17% trovava il coraggio di denunciarlo ( prima del decreto legge)

- il 94 % delle persone vittime di stalking son costrette  a cambiare abitudini, soprattutto sociali

- il 70%  delle vittime intervistate decide di trasferirsi in altre nazioni

Ed infine, ponendo sempre giustamente i riflettori sulla vittima da tutelare, in quasi 50 giorni dal decreto legge le denunce hanno avuto una crescita fruttifera, due arresti al giorno mediamente. Questo dato dovrebbe farci riflettere.

 

E dal 1970 un Battisti in bianco e nero raccontava di un uomo che dopo un anno, suonando ad un campanello conosceva, era convinto di poter recuperare  un Amore, e in modo un po’ assillante e immaginifico associa il tremore delle mani della Donna in corrisposto Amore. In questo caso il tutto si conclude con l’ammissione dell’essere fuori di sé e una scusa a lei e all’attuale partner. Lo scenario che si affronta oggi è ben lontano dal testo “Fiori rosa, fiori di pesco”, eppure il tutto è circostanziale a una non accettazione di una storia finita o mai cominciata.

 

E da qui delle tipologie che caratterizzano lo stalker, con le sue diverse sfumature e profili. Sul fenomeno è vero che l’interesse sul campo è preesistente al 2009, ma le discrepanze non sono poche, leggevo:  “Quando una relazione si interrompe, è normale che la persona abbandonata si senta particolarmente turbata. Spesso, una reazione all’abbandono può essere quella di tentare di ristabilire un contatto con l’altra persona, […]. -Ricerche empiriche mostrano che un lasso di tempo di circa due settimane può essere considerato un periodo di tempo oltre il quale il protrarsi di tentativi di riavvicinamento, se rifiutati, diventa problematico…[……] Una caratteristica dello stalking è rappresentata dalla sua durata. Queste condotte possono protrarsi per molto tempo, anche mesi o addirittura anni. Questo ovviamente non rientra in ciò che definiamo normali tentativi di entrare in contatto con una persona” (programma Dafne).

 

Quindi facciamo una sintesi: un essere umano che viene lasciato, se dopo 2 settimane cerca di riconquistare una storia magari decennale con figli a carico, ha un tempo limite di 2 settimane passate le quali è tacciabile di persona problematica atta a configurare una condotta di stalking. Eppure noi siamo gli stessi psicologi che, ovviamente con l’analisi del caso e del contesto, invitiamo la persona che chiede il nostro aiuto a provare a fare un tentativo se da ciò che ci racconta (fiducia nel paziente) si evince in realtà solo una crisi inquadrabile come superabile. Vorrei togliere dubbi di cattiva interpretazione su ciò che sto scrivendo: non sto condannando il decreto legge, anzi! Però credo che si debba andarci cauti e tenere in debita considerazione entrambe le parti, per evitare che l’intolleranza e la sofferenza di un uomo o una donna che sta elaborando il lutto di una separazione possa essere tacciato di un possibile futuro criminale. Sappiamo infatti, volendo dare ancora dei numeri, che tra le motivazioni principali che rappresentano iniziazioni psicoterapeutiche, ai primi posti vi è l’elaborazione di un lutto, ovvero abbandono-separazione e non solo nel senso di trapasso.

 

Nell’aver vestito più i panni dell’avvocato del Diavolo che della psicologa, ho cercato sinteticamente di porre l’accento su questa diadica, delicata e distorta pseudo-relazione, non tipizzando a priori la subordinazione della vittima e soprattutto cercando di far trasparire che, anche lo stalker, necessita, laddove sia effettivamente tale, di aiuto. Un aiuto che consiste non solo nel far superare la fase attuale, ma nel costruire tasselli necessari atti a ristabilire un senso di positività in contrapposizione a uno sfiancante non interessamento della vittima, che di certo non alleggerisce l’ego.

 

Nella prossima trattazione riporremmo maggior interesse sulla vittima distintamente e sullo stalker individualmente.

 
Bibliografia e Fonti web

Codice Civile Italiano

Paolo Curci, Gian Maria Galeazzi, Cesare Secchi, La sindrome delle molestie assillanti (Stalking), Bollati Boringhieri, 2003

Federica Angeli, Emilio Radice: Rose al veleno, stalking, Bompiani, 2009

Meloy J. R., 1998, The psychology of stalking, Academic Press.

Mullen P.E., Pathè M., Purcell R., Stuart G., 1999, A study of stalkers. In American Journal of Psychiatry, 156, 1244-1249.

Oliviero Ferraris A., 2001, Stalker il persecutore. In Psicologia Contemporanea, 164, 18-25

 

Australian Institute of Criminology stalking articles:

How To Stop A Stalker. Proctor, Mike. Prometheus Books, 2000

Minnesota Center Against Violence and Abuse Annotated Stalking Bibliography

The Psychology of Stalking. Meloy, J. Reid. Academic Press, 2000

Stalkers and Their Victims, 2nd edition. Mullen, Paul E., Pathe, Michele, Purcell, Rosemary. Cambridge University Press, 2009

Surviving a Stalker: Everything You Need to Know to Keep Yourself Safe. Gross, Linda. Marlowe & Company, 2000

Lifetime prevalence and impact of stalking: Epidemiological data from Eastern Austria. Stefan Stieger; Christoph Burger; Anne Schild. European Journal of Psychiatry Vol. 22, N.° 4, (235-241), Zaragoza (ES) 2008, ISSN 0213-6163

Is This Stalking? A Comparison Between Legal and Community Definitions of Stalking. Susan Dennison and Don Thomson, paper presented at the Stalking: Criminal Justice Responses Conference convened by the Australian Institute of Criminology in Sydney, 7-8 December 2000

U.S. National Center for the Victims of Crime Annotated Stalking Bibliography

 

Aramini M., Lo stalking: aspetti psicologici e fenomenologici, presente in G. Gulotta, S. Pezzati, “Sessualità, diritto, processo”, Giuffrè, 2002, pagg. 495-539

Carofiglio G., Ad occhi chiusi, Sellerio Editore, 2003 segnalato e recensito da Giancarlo Salvadori

G. Dal Pozzo, Così fragile, così violento. Le donne raccontano la violenza maschile, Editori Riuniti, 2000

Ghezzani N., Quando l'amore è una schiavitù, Franco Angeli 2006

Mascia I. - Oddi G., Storie di ordinaria persecuzione, Edizioni magi, 2006

Modena Group On Stalking, Donne vittime di Stalking, Franco Angeli, 2005

Roth P., Zuckerman Scatenato, Enaudi, 2005, segnalato e recensito da Giancarlo Salvadori

 

http://www.benessere.com/psicologia/arg00/sindrome_molestatore.htm

http://www.stalking.it/index.php

http://www.psicologi-italia.it/stalking.htm

http://www.dire.it/DIRE-WELFARE/stalking

 


Torna su