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LA TRAPPOLA DELL'USURA - LE IMPLICAZIONI PSICOLOGICHE A cura della dott.ssa Donatina De Carolis Psicologa, esperta in Disturbi del Comportamento Alimentare Il fenomeno dell’usura presenta una serie di aspetti di natura amministrativa, giuridica, sociologica, economica e soprattutto psicologica. In questa relazione saranno esposti gli effetti psicologici della trappola dell’usura sulla vittima e la diade vittima/ usurato. Studiare queste implicazioni sotto vari aspetti è utile per diversi motivi. Innanzitutto per capire quali siano le motivazioni che spingono la vittima a rivolgersi all’usuraio, pur sapendo di diventare in qualche modo complice di un reato; in secondo luogo per analizzare il comportamento dell’usuraio, che sfrutta le debolezze della vittima; in terzo luogo per conoscere la condizione psicologica della vittima in tutti i momenti della relazione con l’usuraio. Infine, in questo modo si possono aiutare le vittime che denunciano il reato, attraverso la psicoterapia, anche per evitare che ricadano nello stesso errore e si possono studiare degli interventi di prevenzione del fenomeno. Naturalmente, i motivi che spingono o costringono a rivolgersi ad un usuraio possono essere numerosissimi e in questa sede ne analizzeremo soltanto alcuni. Iniziamo con una premessa. In psicologia, la vittimologia, come branca della criminologia, compie una completa ricostruzione della storia della vittima, che include lo stile di vita, i tratti di personalità, l’occupazione ed altro ancora, con propositi valutativo-diagnostici, terapeutici, assistenziali e risarcitori, ma anche preventivi, per evitare il verificarsi in futuro di situazioni simili. La vittima del reato di usura svolge inizialmente una parte attiva, con la ricerca o accettazione del finanziamento illecito, sebbene si esponga ad un atto illegale spinta da imprudenza, condizione di necessità economica e predisposizione psicologica, entrando in contatto con l’usuraio. Molti studiosi del fenomeno dell’usura interpretano il comportamento della vittima riferendosi alla teoria generale dei bisogni, come delineata dal filosofo americano Abraham Maslow. Secondo questa teoria, l’attuazione del sé può essere ricondotta alla necessità di soddisfare, in termini motivazionali, determinate categorie di bisogni attraverso l’attivazione di soluzioni adeguate. Nell’ottica del sistema dei bisogni di Maslow, quindi, l’accedere all’usura come soluzione in caso di carenza di denaro può essere considerato una risposta disfunzionale (cioè non adeguata) ad uno stato di deprivazione di bisogni. In questo senso tale risposta è simile ad altre più note risposte disfunzionali, quali l’abuso di alcool o di sostanze stupefacenti, il gioco d’azzardo, i disturbi del comportamento alimentare, ecc. Analizziamo lo stato psicologico della vittima, seguendo passo passo i diversi momenti in cui si esplica l’attività criminosa. 1. PREDISPOSIZIONE 1a. Profilo tipico della vittima dell’usura Innanzitutto va ricordato che la tipica potenziale vittima di usura presenta un profilo caratteristico, che possiamo riassumere nel seguente modo: alta vulnerabilità psicobiologica allo stress (cioè, di fronte a situazioni stressanti ha difficoltà a reagire), bassa capacità di fronteggiare situazioni problematiche e bassa competenza sociale (infatti mostra difficoltà nelle relazioni); scarsa capacità di imporsi e dire “no”, elevate suggestionabilità ed insicurezza, bassa autostima, scarsa capacità di problem solving (trovare soluzioni adeguate ai problemi), lungimiranza, progettazione e pianificazione; scarsa capacità di rinuncia, bassa stabilità emotiva. Non è escluso che esistano lievi danni neurologici che compromettono le funzioni dei lobi frontali (che controllano, appunto, tra l’altro, le capacità di progettazione, pianificazione, lungimiranza) e non è escluso che esistano in latenza predisposizioni a disturbi comportamentali, che non si configurano come psicopatologie, ma come “disturbi del controllo degli impulsi”, eventualmente “disturbi del controllo degli impulsi non altrimenti specificati”. Naturalmente, una potenziale vittima non presenta tutte queste caratteristiche, ma può presentarne alcune in grado significativamente maggiore rispetto a persone che non cadrebbero in questa trappola. 1b. Probabili fattori di rischio per la vittima dell’usura E’ più facile cadere vittima di usura se si svolge la professione di artigiano o commerciante e se si possiede un basso livello di istruzione. Oggi, comunque, risultano essere sotto usura anche molte famiglie a reddito medio. Inoltre, tra gli altri fattori di rischio vi sono il sovraindebitamento, avere fallimenti alle spalle; l’occorrenza di un importante ed improvviso evento nella vita che determina decisiva perdita di reddito ed eventuale indebitamento (es. morte di un parente, separazione, perdita del lavoro, altro); desiderare qualcosa al di là delle proprie possibilità economiche o vivere oltre le proprie possibilità. Infine, sono più esposte al rischio le persone che assumono una serie di comportamenti che comportano perdita di reddito (es. shopping compulsivo, gioco d’azzardo patologico, ecc.), il che ci riconduce alla probabile presenza di un disturbo del controllo degli impulsi. 2. La negazione del prestito lecito Nel momento in cui occorre un evento scatenante e si verifica quindi la necessità di liquidità, il soggetto di solito come prima opzione ricorre ad una Banca o altro Istituto di Credito per chiedere un prestito in maniera legale. Se il prestito viene negato per vari motivi (il soggetto non ha sufficienti credenziali da offrire o è iscritto nel registro del “cattivi pagatori” o per altra motivazione) o i tempi burocratici per ottenerlo sono troppo lunghi, la condizione psicologica sarà caratterizzata da sottostima, autosvalutazione, pensieri negativi ed ansia sia perché non si può realizzare ciò per cui il soggetto cercava i soldi, sia perché nessuno crede in lui, quindi si sente rifiutato dalla società e svalutato, come se valesse meno degli altri uomini. Quindi, se il prestito viene negato, il soggetto con le caratteristiche delineate in precedenza può ricercare attivamente altre strade o facilmente si lascia suggestionare dalla possibilità (che può anche essere offerta da un funzionario di Banca poco onesto o compiacente) di ottenere i soldi desiderati in altro modo. 3. Offerta ed ottenimento del prestito illecito, con relativa accettazione dello stesso La condizione psicologica sarà caratterizzata essenzialmente da felicità, rilassatezza e pensieri positivi, sia perché il prestito è stato ottenuto (quindi il soggetto può realizzare ciò per cui cercava i soldi), sia perché qualcuno ha creduto in lui. E’ proprio qui che possiamo porre la linea di demarcazione tra chi cede all’offerta del prestito usurario e chi non cederebbe. Il primo soggetto non si rende conto che il moltiplicarsi degli interessi gli impediranno, in realtà, di restituire il debito e lo metteranno in una situazione insostenibile e di capire che il valore dovuto non è proporzionale al credito richiesto. Emergono, quindi, la scarsa capacità di lungimiranza, progettazione e pianificazione e la scarsa capacità di rinuncia di cui abbiamo parlato, in un momento in cui la vittima è troppo presa dalla realizzazione dello scopo. Altre peculiarità discriminanti sono la bassa autostima, la bassa competenza sociale, la scarsa capacità di imporsi e dire “no”, che caratterizzano la persona che più facilmente cade vittima dell’usura, in quanto un soggetto a bassa abilità sociale si lascia suggestionare dalla possibilità di ottenere facilmente il prestito, senza pensare alle conseguenze del suo gesto, non riuscendo a trovare altre soluzioni possibili (scarsa capacità di problem solving). La vittima è disperata per il bisogno di denaro e presentando difficoltà a reagire alle situazioni stressanti, si lascia convincere a chiedere aiuto ad un privato. Il funzionario di Banca fa leva proprio sulla sua insicurezza, convincendola a fidarsi e le presenta l’usuraio. Altre volte è il soggetto stesso che non trova altra soluzione che quella di chiedere un prestito privato illecito, magari perché non vuole rinunciare al suo progetto, costi quel che costi. 4. Rapporto tra usuraio e vittima dell’usura Tra usuraio e vittima dell’usura si crea un rapporto che è una relazione patologica, di dipendenza, che diventa quasi affettiva: nella maggior parte dei casi, l’usuraio è considerato un “amico”, un “benefattore”, quasi un “salvatore”, anche perché è stato l’unico ad aver accettato di prestare soldi al soggetto, oltre tutto, senza porre (almeno inizialmente) tutti quei problemi che in genere pongono le Banche, ma chiedendo in cambio solo degli assegni post-datati o altri titoli simili. Alla base di questa relazione possono essere i tratti comportamentali predisponenti della vittima, di cui abbiamo parlato in precedenza. 5. Impossibilità di pagare le rate usurarie A distanza di tempo dal primo contatto con l’usuraio, le rate degli interessi sul prestito continuano ad aumentare in maniera esponenziale e il soggetto, finalmente, si rende conto di non riuscire a pagare le rate usurarie. Va notato che la vittima deve trovarsi nella situazione concreta: era stata incapace di pianificare fin dove sarebbe potuta arrivare la richiesta di restituzione. Emerge la scarsa capacità di gestire il denaro: spesso queste persone non sanno dire con precisione quanti debiti hanno: non tengono uno schema del loro budget, non sono capaci di prevedere se lo stipendio sarà sufficiente per “arrivare a fine mese”. Spendono subito tutto ciò che hanno a disposizione e per questo hanno spesso bisogno di “liquidi”. A questo punto emerge la vera natura dell’usuraio, che in un primo momento aveva portato la vittima a fidarsi, ma ora pretende la restituzione puntuale del debito. Se questo non avviene, le rate possono essere rinegoziate con ulteriori interessi, ma in genere l’usuraio inizia a minacciare la vittima in vario modo. La condizione psicologica della vittima sarà caratterizzata essenzialmente da paura, ansia, angoscia, vergogna e depressione, che la portano a maldestri tentativi di porre rimedio alla situazione, peggiorandola. 6. Il “recupero crediti” Nella fase del “recupero crediti” (che può essere svolta da terze persone che potrebbero essere del tutto estranee ai fatti), se la vittima non riesce a tener fede all’impegno preso, molto raramente confessa ad amici e parenti la sua situazione: si vergogna di ciò che ha fatto e si sente in colpa per aver trascinato la propria famiglia in questo baratro; non riesce più a ragionare lucidamente e pensa che potrà rimediare da sola in qualche modo. La paura del recupero crediti, connessa alle minacce degli usurai (minacce verso la famiglia, gli amici, i parenti, l’estorsione dell’attività, ecc.) porta ad uno stato di depressione, che nei casi più gravi può sfociare nel suicidio. In altri casi, lo stato depressivo può condurre ad una sorta di circolo vizioso, in cui la vittima ha difficoltà psicofisica a lavorare, guadagna meno e di conseguenza restituisce meno rate. Ancor più raramente la vittima denuncia il suo usuraio, poiché ha paura delle minacce verso i suoi parenti ed amici e verso l’estorsione della sua attività (se ne ha una). Inoltre la vittima non denuncia il sopruso anche perché può sentirsi poco protetta e forse un po’ complice del reato e sa che l’usuraio ha in mano titoli, assegni e quant’altro per poterla ricattare e pretendere il “dovuto”, quindi ritiene che il suo “benefattore” possa vincere la causa in caso di processo penale e, in caso di denuncia, se venisse assolto, potrebbe mettere in pratica le minacce. La condizione psicologica sarà caratterizzata essenzialmente da paura, ansia, angoscia, sfiducia, depressione. La situazione può evolvere in vario modo, come andiamo ad analizzare. 6 a) La spirale dell’ “usura incrociata” La vittima che non riesce a pagare le rate usurarie può entrare in una spirale detta “usura incrociata”, in cui chiede nuovi prestiti usurari per pagare gli interessi dei prestiti precedenti, pensando che si preoccuperà in futuro di questa nuova situazione, ma intanto è bene tamponare il debito in corso. Qui emerge una situazione interessante. La vittima finalmente si rende conto di non riuscire a pagare le rate, ma ancora non è ben consapevole di essere una vittima, perché l’usuraio “l’ha aiutata”, tanto è vero che non esita ad approfittare nuovamente di un privato illecito, ritenendola l’unica soluzione possibile per coprire il debito precedente, pensando nuovamente che questa nuova situazione verrà risolta in seguito. 6 b) La figura del mediatore La vittima che non riesce a pagare le rate usurarie, per la disperazione può diventare complice dell’usuraio, iniziando a lavorare per lui. Come al solito, l’usuraio, nel proporre questa soluzione, fa leva proprio sulle debolezze psicologiche della vittima e sulle sue difficoltà oggettive (es. la disoccupazione). Incontriamo, quindi, la figura del mediatore. Il mediatore è quel soggetto che procaccia nuovi “clienti” all’usuraio, ricevendo una percentuale sul cliente procacciato. Spesso è egli stesso una vittima di usura e trova clienti per ottenere dilazioni di pagamento o riduzioni del debito. In alcuni casi, questo soggetto non si limita a cercare nuove vittime, ma diventa egli stesso usuraio, praticando il prestito “a strozzo” per pagare i propri debiti. 6 c) La denuncia La vittima che non riesce a pagare le rate usurarie può decidere di denunciare il suo usuraio. Nel caso in cui decida di denunciare l’accaduto, la vittima in genere si presenta alle Autorità in uno stato di profonda prostrazione e umiliazione. 7. Aiutare le vittime di usura Come possiamo aiutare le vittime dell’usura? Se conosciamo qualcuno che è caduto in questa trappola, il consiglio è quello di non prestargli soldi, perché in questo modo andremmo solo ad ingrassare l’usuraio, ma di accompagnarlo a denunciare il reato. Dalla rete dell’usura si esce solo con la denuncia all’Autorità Giudiziaria. Anche le associazioni antiusura possono aiutare e vanno contattate immediatamente. Farsi aiutare e chiedere aiuto non è un atto di vigliaccheria, ma al contrario, una presa di coscienza ed un atto di coraggio. 8. Terapia e “recupero” La psicoterapia è l’intervento utile alla vittima di usura per superare il danno emotivo causato alla persona ed alla sua vita di relazione dalla serie di fatti fin qui illustrati. Con la psicoterapia, secondo i casi, si procederà ad una: - Rielaborazione delle emozioni spiacevoli - Desensibilizzazione rispetto a ricordi traumatici ed eventi spiacevoli - Percorso personalizzato, anche in base ad eventuali disagi psicologici pregressi, più o meno importanti ed eventuali danni funzionali, che andranno valutati caso per caso, attraverso la diagnosi psicopatologica e neuropsicologica - Recupero della persona, attraverso la trasmissione di abilità sociali e cognitive, poiché la vittima del reato di usura è una persona che facilmente ricade nella medesima trappola (es. nel caso in cui di nuovo dovessero servire soldi improvvisamente) 8. Prevenzione Dopo aver valutato quali sono (o possono essere) i fattori discriminanti tra le tipiche probabili vittime di usura e chi più difficilmente cade vittima di questo reato, gli interventi preventivi, dal punto di vista psicologico, dovrebbero vertere verso la promozione e lo sviluppo di tutte quelle abilità che sembrano mancare o scarseggiare nelle tipiche vittime degli usurai, al fine di trasmettere abilità sociali e cognitive. In particolare, sarà utile promuovere ad ampio raggio, attraverso interventi mirati in luoghi d’aggregazione (es. scuole, centri anziani, associazioni, ecc.): l’autostima, le capacità di problem-solving e di gestire il denaro, la capacità di comunicazione, l’assertività (difesa dei propri diritti), la capacità di dire “no”, ma anche di raccontare ciò che accade (come si fa anche nei progetti di contrasto del “bullismo”, per esempio). Parlare con amici e parenti delle proprie difficoltà significa trovare insieme altre soluzioni, non rimanere soli con il problema e, magari, evitare di doversi rivolgere all’usuraio! Tali interventi dovrebbero essere rivolti anche agli adulti, ai quali in particolare andrebbero somministrati corsi di informazione su come funzionano il credito ed il tasso di interesse, come si gestiscono il denaro e i conti correnti e le basi delle leggi sugli investimenti; su quali sono le nuove leggi contro l’usura, informazioni sulle Finanziarie autorizzate, al fine di scoraggiare il ricorso al prestito privato illecito. A lungo termine, si potrebbe promuovere una cultura che non sia basata sul consumismo, ma dia importanza a valori più elevati (quali amicizia, cultura, ecc.), in modo che forse ci sia meno bisogno di chiedere prestiti almeno per motivi futili. Bibliografia essenziale A.H. Maslow (1943) A Theory of Human Motivation, Psychological Review 50(4) A.H. Maslow (1954) Motivation and personality, Harper and Row New York, New York A.P.A. (2001) DSM IV T.R. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Text Revision, Masson, Milano Bandura A. (1977) Social learning theory, Prentice-Hall, Englewood Cliffs Birkedahl N. (1991) The habit control workbook, New Harbinger Publications, Oakland Bleuler E. (1924) Textbook of psychiatry, Mc Millan, New York De Vincentiis G., Callieri B., Castellani A. (1973) Trattato di psicopatologia e psichiatria forense, Il Pensiero Scientifico, Roma Falloon (1988) Comprehensive Management of Mental Disorders, Buckingham Mental Health Service, Buckingham Gullotta G., Vagaggini M. (1981) Dalla parte della vittima, Giuffré, Milano Michielin P., Liguori L. (1997) Riabilitazione psichiatrica e sociale, Noos Shallice T., Burgess P. W. (1991), Deficits in strategy application following frontal lobe damage in man, Brain, 114, pp. 727-741 Staats A.W. (1975) Social Behaviorism, Dorsey Press, Homewood Sullivan H.S. (1961) La moderna concezione della psichiatria, Feltrinelli, Milano Sitografia http://www.codici.org/area_download/buon_uso_del_denaro.pdf http://www.crimine.net/wp/?p=60 http://www.criminologi.com/criminologi/news.asp?cat=19 http://www.diritto2000.it/aggiornamenti/aggcivile/usura.htm http://www.liberliber.it/biblioteca/i/italia/verbali_antimafia_xi_legislatura/html/violante02/48_00.htm http://www.romatoday.it/economia/usura-a-roma-con-la-crisi-arriva-lo-strozzino-di-quartiere.html http://www.snarp.it/home2.asp http://www.vittimologia.it/vittimologia/set_attivita.htm Torna su UN VIAGGIO DALLE ORIGINI DELLA MUSICOTERAPIA AD OGGI A cura della dott.ssa Floriana Di Giorgio Psicologa, psicodiagnosta, esperta di psicologia giuridica e criminologia
BIBLIOGRAFIA Alvin, J. (1981): La terapia musicale per il ragazzo autistico, Armando, Roma Benezon, R. (1981): Manuale di musicoterapia, Borla, Roma Benenzon, R. O. (1997): La nuova Musicoterapia, Phoenix, Roma Benenzon, R. O. (1999): Musicoterapia, Esperienze di Supervisione, Phoenix, Roma Boxill, E. H. (1991): Musicoterapia per bambini disabili, Omega, Torino Blanc C., Suvini F. - a cura di - (2001): La musicoterapia attraverso le esperienze, Logisma, Firenze Bruscia, K.E. - a cura di - (1991): Casi clinici di Musicoterapia (adulti), Ismez, Roma Bruscia, K. E. - a cura di - (1991): Casi clinici di Musicoterapia (bambini e adolescenti), Ismez, Roma Bruscia, K. (1992): Definire la musicoterapia, Gli Architetti, Roma Dalcroze, J. (1986): Il ritmo, la musica e l’educazione, ERI, Torino De Angelis, B. (2004): La musicoterapia e lo sviluppo della persona. In A. M. Favorini (a cura di), Musicoterapia e danzaterapia. Disabilità ed esperienze d’integrazione scolastica. Milano: Franco Angeli, pp. 43-61 Esperson, P. P. (2004): Musicoterapia, scuola e integrazione. In A. M. Favorini (a cura di), Musicoterapia e danzaterapia. Disabilità ed esperienze d’integrazione scolastica. Milano: Franco Angeli, pp. 69-83 Favorini, A. M. (2004): Musicoterapia e danzaterapia. Disabilità ed esperienze d’integrazione scolastica, Franco Angeli, Milano Montuschi, F. (2004): Musicoterapia e Danzaterapia. In A. M. Favorini (a cura di), Musicoterapia e danzaterapia. Disabilità ed esperienze d’integrazione scolastica. Milano: Franco Angeli, pp. 11-20 Orff, G. (1974): Musicoterapia-Orff. Un’attiva stimolazione allo sviluppo del bambino, Cittadella Editrice, Assisi Orff, G. (1992): La musicoterapia Orff, Cittadella Editrice, Assisi Vita, A. (2004): L’educazione musicale e psicomotoria nei processi a favore del “Diritto allo Studio”. In A. M. Favorini (a cura di), Musicoterapia e danzaterapia. Disabilità ed esperienze d’integrazione scolastica. Milano: Franco Angeli, pp. 97-110. Torna su Vigoressia… un nuovo disturbo alimentare? A cura della dott.ssa Donatina De Carolis Psicologa, esperta in Disturbi del Comportamento Alimentare Gli organi di stampa lanciano l’allarme per un “nuovo” disturbo alimentare: la vigoressia. Il tutto nasce dalle dichiarazioni del professor Emilio Franzoni, direttore del reparto di Neuropsichiatria infantile e del centro per i disturbi del comportamento alimentare dell'Università di Bologna, in occasione di un convegno nell’ambito di “Rimini Wellness”, la fiera dedicata al fitness. In realtà, la vigoressia o bigorexia, non èun disturbo così nuovo: fu identificato nel 1993 da Pope HG Jr, Katz DL, Hudson JI in un paper apparso su Comprehensive Psychiatry dal titolo "Anorexia nervosa and "reverse anorexia" among 108 male bodybuilders". Gli autori proposero il termine “reverse anorexia” in considerazione del fatto che, con modalità uguali e contrarie all’anoressia, chi soffre di questo disturbo continua a vedersi gracile e smilzo nonostante abbia una muscolatura fuori dal comune. Il disordine fu denominato più tardi dagli stessi autori “dismorfia muscolare”; Pope lo ha chiamato divulgativamente “Complesso di Adone” in un libro uscito nel 2000*, in riferimento al personaggio della mitologia greca che rappresenta l’idea della magnificenza mascolina intesa come compiutezza corporea. L'espressione "anoressia al maschile", invece, con cui a volte si trova descritta la vigoressia sul web, non è corretta: l'anoressia nervosa maschile esiste, è simile all’anoressia nervosa femminile ed è un disturbo diverso dalla vigoressia benché speculare. Inoltre, la vigoressia non è propriamente un disturbo alimentare (D.C.A.). La catalogazione diagnostica è incerta e si situa a cavallo fra la dismorfofobia, i disturbi alimentari non altrimenti specificati (NAS) e il disturbo ossessivo-compulsivo. La vigoressia sembra riguardare prevalentemente i maschi tra i 25 e i 35 anni, seguiti da quelli tra i 18 e i 24, ma anche le donne, soprattutto quelle che non tollerano di assistere impotenti al mutamento (in senso peggiorativo) del proprio corpo. Tra i sintomi: assenza di massa grassa, presenza di imponente muscolatura e un’urgenza vissuta come incontrollabile di aumentare continuamente la massa muscolare, percepita sempre troppo scarsa, gracile e flaccida. L’esercizio fisico diventa compulsivo, si ricorre a ferree restrizioni dietetiche che privilegiano cibi iperproteici e integratori o ad altre abitudini alimentari che dovrebbero contribuire a pompare i muscoli e a reggere gli sforzi dell'allenamento e, talvolta, all’uso massiccio di steroidi anabolizzanti. Chi soffre di questo disturbo, senza rendersene conto, passa molto tempo a studiarsi allo specchio, gonfia i pettorali e i bicipiti e controlla il volume delle cosce, la tonicità degli addominali e lo sviluppo del più insignificante dei muscoli. La ricerca ossessiva della perfezione denota sempre più una mancanza di senso della realtà. Questi eccessi sono il sintomo di una profonda insicurezza. Alla base di questo comportamento troviamo elevati livelli di insoddisfazione nei confronti della propria immagine corporea, che è percepita sempre come troppo magra, poco muscolosa. Un senso di inadeguatezza, la paura di fallire ma anche la bassa statura possono essere cofattori per lo sviluppo di questo disturbo, così come i modelli culturali di bellezza e prestazione fisica e, nei contesti sportivi, le pressioni di compagnie e allenatori e la forte competizione. Il livello critico è raggiunto quando il culto e l’attenzione per il corpo nel senso di “vedersi bene” diventa un’ossessione. I vigoressici spendono molto del loro tempo libero e dei loro risparmi in questo progetto di ristrutturazione del proprio corpo: acquistano riviste, prodotti dimagranti, abbigliamento e attrezzi; si isolano e non espongono il proprio corpo per paura del giudizio altrui, quando obiettivamente hanno un fisico scolpito, tonico e atletico. Inoltre, tutta la vita ruota intorno al rispetto del programma di allenamento ed al regime alimentare: dai pasti agli orari di lavoro alla vita sociale. Si rischia di non riuscire più a trovare il senso del limite, della normalità. I comportamenti adottati dai vigoressici assumono l’aspetto di condotte auto-punitive. Danni psicologici Alla base del disturbo troviamo in genere bassa autostima, profonda insicurezza e la necessità di sentirsi accettati, piuttosto che di rifiutare il cibo. I vigoressici si convincono di poter risolvere le proprie fragilità costruendosi una fisicità imponente, in palestra, ma anche a tavola, attivando un processo di annullamento, lanciandosi in un incessante esercizio fisico e in diete iperproteiche per raggiungere l’unico obbiettivo di avere un fisico “performante”, tonicissimo e con muscoli d’acciaio. Come nei D.C.A., anche i vigoressici operano una e vera e propria distorsione nella percezione del proprio fisico. Il risultato più evidente a livello psicologico è l’isolamento sociale ed uno stato depressivo più o meno marcato, accentuato dall’alterazione del metabolismo. Danni sulla salute I problemi fisici derivano da un’alimentazione sbilanciata, troppo ricca di proteine, che può, se prolungata per molto tempo, portare ad alterazioni della funzione renale, problemi ossei ed articolari derivati dagli eccessivi sforzi muscolari e da un’alimentazione povera di calcio per la quasi totale abolizione di latticini; malattie cardiovascolari e del sistema nervoso; problemi di impotenza derivanti dall’uso di anabolizzanti. L'uso e l'abuso di sostanze che gonfiano i muscoli può avere effetti come nervosismo e sbalzi d'umore e, soprattutto, insonnia. L’alterazione del metabolismo può avere come conseguenza la depressione. Terapia La cosa difficile può essere riuscire a far comprendere a chi soffre di vigoressia che questi eccessi sono il sintomo di una profonda insicurezza. Un percorso di psicoterapia può essere di grande aiuto, coadiuvato dall'intervento di un’équipe medica, per la soluzione di eventuali danni organici. 1993, Pope HG Jr, Katz DL, Hudson JI, Comprehensive Psychiatry: “Anorexia nervosa and "reverse anorexia" among 108 male bodybuilders" Abstract: Biological Psychiatry Laboratory, McLean Hospital, Belmont, MA 02178. Two disorders of body image encountered in a study of 108 bodybuilders are described. In a study of the psychiatric effects of anabolic steroids, structured interviews were administered to 55 bodybuilders who had used anabolic steroids and 53 non-user controls. Three (2.8%) of the subjects reported a history of anorexia nervosa--a rate far higher than the 0.02% rate typically reported among American men (P < .001). Nine (8.3%) of the subjects, two of whom were former anorexics, described a "reverse anorexia" syndrome, where they believed that they appeared small and weak even though they were actually large and muscular. Reverse anorexic subjects reported that they declined social invitations, refused to be seen at the beach, or wore heavy clothes even in the heat of summer because they feared that they looked too small. All nine reverse anorexia cases occurred among steroid users; none occurred among non-users (P < .003). Four subjects reported that their reverse anorexic symptoms contributed to their decision to start using steroids. Disorders of body image, including both anorexia nervosa and its reverse form, may occur frequently in men who lift weights regularly. Reverse anorexia may precipitate or perpetuate the use of anabolic steroids in some individuals. PMID: 8131385 [PubMed - indexed for MEDLINE] Related Articles: • Body image and attitudes toward male roles in anabolic-androgenic steroid users. [Am J Psychiatry. 2006] • A preliminary investigation into the relationship between anabolic-androgenic steroid use and the symptoms of reverse anorexia in both current and ex-users. [Psychopharmacology (Berl). 2003] • Social physique anxiety, body esteem, and social anxiety in bodybuilders and self-reported anabolic steroid users. [Addict Behav. 1996] • ReviewBody image disturbance in anorexia nervosa: beyond body image. [Can J Psychiatry. 1989] • ReviewBody image assessment using body size estimation in recent studies on anorexia nervosa. A brief review. [Eur Child Adolesc Psychiatry. 2001] 1993, Pope HG Jr, Katz DL, Hudson JI, Comprehensive Psychiatry: “Anorexia nervosa and "reverse anorexia" among 108 male bodybuilders" * Pope HG Jr, Phillips KA., Olivardia R., The Adonis Complex: The Secret Crisis of Male Body Obsession, New York, NY; 2000 Fonti web http://www.disturbi-alimentari.it/vigoressia.htm http://www.discobolo.it/rassegna/vigoressia.htm http://psicocafe.blogosfere.it/2008/05/vigoressia-lanoressia-al-contrario.html http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/la-vigoressia-o-complesso-di-adone-un-fenomeno-in-crescita/cristiana-salvi/ http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/8131385 http://www.farmacia.it/cgi-bin/infosalute3/content.cgi?db=content&uid=default&view_records=1&ID=415 http://www.obesita.org/index.php?option=com_content&task=view&id=387&Itemid=400 www.salus.it Torna su Modus operandi: to stalk! A cura della dott.ssa Laura Nobile Psicologa, Psicodiagnosta È il
Wanted del momento! Sta su molte pagine
di quotidiani e ormai dal 23.02.09 ha subito una contingente impennata, di cosa
stiamo parlando? Stalking! Chi è
lo stalker? Quali sono le sue vittime? Possiamo considerarlo il “molestatore
numero In
realtà le domande che potremmo porci potrebbero essere molteplici e con
sfumature diverse, ma vorremmo soffermarci su un fattore. Il fattore che unisce
tutta una serie di comportamenti intrusivi, di controllo, di sorveglianza, nei
confronti di una vittima che subisce attenzioni in modo molesto e non gradito
al genere femminile, che risulta quello più coinvolto (nelle casistiche fin ad
oggi accertate, nonostante molte variabili possano comunque intervenire per
contraddire questa affermazione). Questo fattore è la modifica del ruolo della
donna nella società e le svariate possibilità di comunicazione, dove
l’epitaffio ormai rasenta la parodia dell’amore cibernetico. Forse sarà un
elemento criticato, ma forse si avvicina alla realtà più di ogni altra ipotesi
o congettura abbia letto nell’ultimo biennio. Prima
della data di cui sopra, la norma italiana del codice penale che più si avvicinava a tale condotta era
figurata nel reato per “Molestie o disturbo alle persone, citando così: “Chiunque, in un luogo pubblico o aperto al
pubblico, ovvero con mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole
motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei
mesi o con l’ammenda fino a 516 euro (art.660 c.p.)”. Gli
step che si sono amorevolmente avvicendati in questa legiferazione sono stati
diversi ma concentriamoci sul risvolto significativo segnato da queste due
tappe: 16
gennaio Questi
i punti programmatici stabiliti nel Protocollo: - fornire
un qualificato intervento di supporto ai reparti dell’Arma dei
Carabinieri; - accrescere
la formazione e l’addestramento nel settore del personale
dell’Arma dei Carabinieri; - incrementare
l’efficacia delle iniziative promosse dal Dipartimento per le Pari Opportunità
e da altri attori Istituzionali e sociali, realizzando modalità di raccordo
tra le rispettive componenti; - favorire
la partecipazione dei Comandi territoriali alle iniziative di collaborazione
interistituzionali sviluppate a livello provinciale. Un progetto impegnativo, trattandosi comunque di un protocollo a cadenza biennale
con “tacito rinnovo”, ma la vera resilienza la rintracciamo nel decreto legge
23 febbraio 2009, N. 11, dove in materia
di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale l’interessamento è
individuabile negli articoli 7.8.9.10.11.12. Dal giorno del decreto le denunce sono
collassate con velocità inaudita: si era pronti mentalmente per l’accettazione
ma si era bloccati nell’esecuzione? Ma non vi era un articolo di cui sopra che
legifera questa persecuzione seppur non specificatamente? Cerchiamo
di dare voce a qualche risposta, agli innumerevoli quesiti che investono il
fenomeno. Da recentissime indagini, il 71% degli studenti universitari delle
varie Facoltà italiane, non conosce nemmeno il significato del termine, dato
allarmante e contraddittorio visto che le donne maggiormente colpite rientrano
proprio nel target d’età (18/25). Rintraccio
la definizione etimologico/ lessicale sul dizionario, versione 2008 dello Zingarelli
e trovo (et. inglese “to stalk”, 1996): “Comportamento
persecutorio consistente nel molestare un individuo con attenzioni indesiderate
ed eccessive”; ecco allora ci siamo lo stalker
altro non è che un molestatore assillante! L’amore
ossessivo di questo molestatore che in quaderni psicopatologici potevamo far
rintracciare in erotomania, cercando e operando intelligenti distinguo dalla
sindrome di de Clerambault, oggi trova preoccupanti risvolti. Dapprima gli
atteggiamenti e comportamenti erano satolli di meccanismi di difesa atti a non
cadere nel melanconico rifiuto di scoprire una verità di non simmetria amorosa. Ma
con lo stalking siamo ben lontani da questa forma psicopatologica: il
molestatore, oltre ad avvicinamenti, appostamenti, comunicazioni intrusive ed
invasive, ha la caratteristica del perpetuare tali comportamenti nonostante
chiari messaggi della vittima di non accettazione. Il meccanismo mentale che si
innesta tra la vittima e il molestatore è veramente pericoloso e quasi a
circolo vizioso, una scena, precisiamo, che investe non solo la vittima ma
anche l’intero contesto familiare e di amicizie. Possiamo parlare di reato di stalking nella consequenzialità dei fatti e
specificatamente quando pone in essere comportamenti illeciti ulteriori,
costituenti autonome figure di reato oggetto di specifiche ed ulteriori
sanzioni, quali: l’omicidio (art. 575 c.p.), le lesioni personali (art. 582
c.p.), l’ingiuria (art. 594 c.p.), la diffamazione (art. 595 c.p.), la violenza
privata (art. 610 c.p.), la minaccia (art. 612 c.p.), la violazione di
domicilio (art. 614 c.p.), il danneggiamento (635 c.p.). A mio
avviso, il reiterarsi degli atteggiamenti ovviamente comporta delle conseguenze
nella vittima non irrilevanti, non solo psicologiche ma anche psicosomatiche e
di certo una inibizione non solo a intraprendere nuove relazioni, sia che il
molestatore sia un “ex”, sia che sia un conoscente o pseudo tale, ma anche nella
propria accettazione di sé e di sé nel sociale. Nella
prossima trattazione ci soffermeremo maggiormente sui ruoli vittima /
molestatore e sull’incombente intrusività delle moderne tecnologie. Bibliografia e Fonti web Codice Civile Italiano Paolo Curci, Gian Maria Galeazzi, Cesare Secchi, La sindrome delle molestie assillanti (Stalking), Bollati Boringhieri, 2003 Federica Angeli, Emilio Radice: Rose al veleno, stalking, Bompiani, 2009 Meloy J. R., 1998, The psychology of stalking,
Academic Press. Mullen P.E., Pathè M., Purcell R., Stuart G., Oliviero Ferraris A., 2001, Stalker il persecutore. In Psicologia Contemporanea, 164, 18-25 Australian How To Stop A Stalker. Proctor, Mike. Prometheus Books, 2000 The Psychology of Stalking. Meloy, J. Reid. Academic Press, 2000 Stalkers and Their Victims, 2nd edition. Mullen, Paul E., Pathe, Michele,
Purcell, Rosemary. Surviving a Stalker: Everything You Need to Know to Keep Yourself Safe.
Gross, Linda. Marlowe & Company, 2000 Lifetime prevalence and impact of stalking: Epidemiological data from Is This Stalking? A Comparison Between Legal and Community Definitions of
Stalking. Susan Dennison and Don Thomson, paper presented at the Stalking:
Criminal Justice Responses Conference convened by the Australian Institute of
Criminology in Aramini M., Lo stalking: aspetti psicologici e fenomenologici, presente in G. Gulotta, S. Pezzati, “Sessualità, diritto, processo”, Giuffrè, 2002, pagg. 495-539 Carofiglio G., Ad occhi chiusi, Sellerio Editore, 2003 segnalato e recensito da Giancarlo Salvadori G. Dal Pozzo, Così fragile, così violento. Le donne raccontano la violenza maschile, Editori Riuniti, 2000 Ghezzani N., Quando l'amore è una schiavitù, Franco Angeli 2006 Mascia I. - Oddi G., Storie di ordinaria persecuzione, Edizioni magi, 2006 Modena Group On Stalking, Donne vittime di Stalking, Franco Angeli, 2005 Roth P., Zuckerman Scatenato, Enaudi, 2005, segnalato e recensito da Giancarlo Salvadori http://www.benessere.com/psicologia/arg00/sindrome_molestatore.htm http://www.stalking.it/index.php http://www.psicologi-italia.it/stalking.htm http://www.dire.it/DIRE-WELFARE/stalking Torna su Stalker
/ vittima: proporzionata uguaglianza? A cura della dott.ssa Laura Nobile Psicologa, Psicodiagnosta Un
titolo pesante, eppure un condimento di verità c’è! Analizziamo le due figure o
ruoli nella relazione o presunta tale. Partiamo dalla concezione della labilità
mentale e della scenografica, alfa-privativa normalità. Il
terrorismo dei fenomeni neonati è il dato più allarmante degli stessi casi. Non
mancano i prontuari anti-stalking e le tecniche per difendersi, ben suggerite quasi
fosse un decalogo di sopravvivenza. Essendo una psicologa ho rispetto per la scienza
nonché per gli esseri umani ma in qualsiasi ruolo essi siano, per la solo
esistenza di essere umano. Diamo
dei numeri: - 1
italiano su 5 è attualmente o è stato vittima di molestia insistente - tra
le vittime l’80% sono donne - il
55% è costituito da ex o attuali partner - solo
il 17% trovava il coraggio di denunciarlo ( prima del decreto legge) - il 94
% delle persone vittime di stalking son costrette a cambiare abitudini, soprattutto sociali - il
70% delle vittime intervistate decide di
trasferirsi in altre nazioni Ed
infine, ponendo sempre giustamente i riflettori sulla vittima da tutelare, in quasi
50 giorni dal decreto legge le denunce hanno avuto una crescita fruttifera, due
arresti al giorno mediamente. Questo dato dovrebbe farci riflettere. E dal
1970 un Battisti in bianco e nero raccontava di un uomo che dopo un anno,
suonando ad un campanello conosceva, era convinto di poter recuperare un Amore, e in modo un po’ assillante e
immaginifico associa il tremore delle mani della Donna in corrisposto Amore. In
questo caso il tutto si conclude con l’ammissione dell’essere fuori di sé e una
scusa a lei e all’attuale partner. Lo scenario che si affronta oggi è ben
lontano dal testo “Fiori rosa, fiori di pesco”, eppure il tutto è
circostanziale a una non accettazione di una storia finita o mai cominciata. E da
qui delle tipologie che caratterizzano lo stalker, con le sue diverse sfumature
e profili. Sul fenomeno è vero che l’interesse sul campo è preesistente al
2009, ma le discrepanze non sono poche, leggevo: “Quando una relazione si interrompe, è normale
che la persona abbandonata si senta particolarmente turbata. Spesso, una
reazione all’abbandono può essere quella di tentare di ristabilire un contatto
con l’altra persona, […]. -Ricerche empiriche mostrano che un lasso di tempo di
circa due settimane può essere considerato un periodo di tempo oltre il quale
il protrarsi di tentativi di riavvicinamento, se rifiutati, diventa problematico…[……]
Una caratteristica dello stalking è rappresentata dalla sua durata. Queste
condotte possono protrarsi per molto tempo, anche mesi o addirittura anni.
Questo ovviamente non rientra in ciò che definiamo normali tentativi di entrare
in contatto con una persona” (programma Dafne). Quindi
facciamo una sintesi: un essere umano che viene lasciato, se dopo 2 settimane
cerca di riconquistare una storia magari decennale con figli a carico, ha un
tempo limite di 2 settimane passate le quali è tacciabile di persona
problematica atta a configurare una condotta di stalking. Eppure noi siamo gli
stessi psicologi che, ovviamente con l’analisi del caso e del contesto,
invitiamo la persona che chiede il nostro aiuto a provare a fare un tentativo
se da ciò che ci racconta (fiducia nel paziente) si evince in realtà solo una
crisi inquadrabile come superabile. Vorrei togliere dubbi di cattiva
interpretazione su ciò che sto scrivendo: non sto condannando il decreto legge,
anzi! Però credo che si debba andarci cauti e tenere in debita considerazione
entrambe le parti, per evitare che l’intolleranza e la sofferenza di un uomo o
una donna che sta elaborando il lutto di una separazione possa essere tacciato
di un possibile futuro criminale. Sappiamo infatti, volendo dare ancora dei
numeri, che tra le motivazioni principali che rappresentano iniziazioni
psicoterapeutiche, ai primi posti vi
è l’elaborazione di un lutto, ovvero abbandono-separazione e non solo nel senso
di trapasso. Nell’aver
vestito più i panni dell’avvocato del Diavolo che della psicologa, ho cercato
sinteticamente di porre l’accento su questa diadica, delicata e distorta
pseudo-relazione, non tipizzando a priori la subordinazione della vittima e
soprattutto cercando di far trasparire che, anche lo stalker, necessita,
laddove sia effettivamente tale, di aiuto. Un aiuto che consiste non solo nel
far superare la fase attuale, ma nel costruire tasselli necessari atti a
ristabilire un senso di positività in contrapposizione a uno sfiancante non
interessamento della vittima, che di certo non alleggerisce l’ego. Nella
prossima trattazione riporremmo maggior interesse sulla vittima distintamente e
sullo stalker individualmente. Bibliografia e Fonti web Codice Civile Italiano Paolo Curci, Gian Maria Galeazzi, Cesare Secchi, La sindrome delle molestie assillanti (Stalking), Bollati Boringhieri, 2003 Federica Angeli, Emilio Radice: Rose al veleno, stalking, Bompiani, 2009 Meloy J. R., 1998, The psychology of stalking,
Academic Press. Mullen P.E., Pathè M., Purcell R., Stuart G., Oliviero Ferraris A., 2001, Stalker il persecutore. In Psicologia Contemporanea, 164, 18-25 Australian How To Stop A Stalker. Proctor, Mike. Prometheus Books, 2000 The Psychology of Stalking. Meloy, J. Reid. Academic Press, 2000 Stalkers and Their Victims, 2nd edition. Mullen, Paul E., Pathe, Michele,
Purcell, Rosemary. Surviving a Stalker: Everything You Need to Know to Keep Yourself Safe.
Gross, Linda. Marlowe & Company, 2000 Lifetime prevalence and impact of stalking: Epidemiological data from Is This Stalking? A Comparison Between Legal and Community Definitions of
Stalking. Susan Dennison and Don Thomson, paper presented at the Stalking:
Criminal Justice Responses Conference convened by the Australian Institute of
Criminology in Aramini M., Lo stalking: aspetti psicologici e fenomenologici, presente in G. Gulotta, S. Pezzati, “Sessualità, diritto, processo”, Giuffrè, 2002, pagg. 495-539 Carofiglio G., Ad occhi chiusi, Sellerio Editore, 2003 segnalato e recensito da Giancarlo Salvadori G. Dal Pozzo, Così fragile, così violento. Le donne raccontano la violenza maschile, Editori Riuniti, 2000 Ghezzani N., Quando l'amore è una schiavitù, Franco Angeli 2006 Mascia I. - Oddi G., Storie di ordinaria persecuzione, Edizioni magi, 2006 Modena Group On Stalking, Donne vittime di Stalking, Franco Angeli, 2005 Roth P., Zuckerman Scatenato, Enaudi, 2005, segnalato e recensito da Giancarlo Salvadori http://www.benessere.com/psicologia/arg00/sindrome_molestatore.htm http://www.stalking.it/index.php http://www.psicologi-italia.it/stalking.htm http://www.dire.it/DIRE-WELFARE/stalking Torna su |